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VITTORIA COLONNA


RIME


Edizione di riferimento:

V. Colonna, Rime, a cura di A. Bullock, Roma-Bari, Laterza 1982.


RIME AMOROSE


1


Scrivo sol per sfogar l’interna doglia

ch’al cor mandar le luci al mondo sole,

e non per giunger lume al mio bel Sole,

al chiaro spirto e a l’onorata spoglia.

Giusta cagion a lamentar m’invoglia;

ch’io scemi la sua gloria assai mi dole;

per altra tromba e più sagge parole

convien ch’a morte il gran nome si toglia.

La pura fe’, l’ardor, l’intensa pena

mi scusi appo ciascun; ché ’l grave pianto

è tal che tempo né ragion l’affrena.

Amaro lacrimar, non dolce canto,

foschi sospiri e non voce serena,

di stil no ma di duol mi danno vanto.


2


Per cagion d’un profondo alto pensero

scorgo il mio vago obietto ognor presente;

sculto il porto nel cor, vivo in la mente

tal che l’occhio il vedea quasi men vero.

Lo spirto acceso poi veloce altero

con la scorta gentil del raggio ardente

sciolto dal mondo al Ciel vola sovente,

d’ogni cura mortal scarco e leggiero.

Quel colpo che troncò lo stame degno

ch’attorcea insieme l’una e l’altra vita

in lui l’oprar e in me gli effetti estinse;

fu al desir primo e fia l’ultimo segno

la bella luce al sommo Ciel gradita

che sovra i sensi mia ragion sospinse.


3


Nudriva il cor d’una speranza viva

fondata e colta in sì nobil terreno

che ’l frutto promettea giocondo e ameno;

morte la svelse alor ch’ella fioriva.

Giunser insieme i bei pensier a riva,

mutossi in notte oscura il dì sereno

e ’l nettar dolce in aspero veleno;

sol la memoria nel dolor s’aviva.

Ond’io d’interno ardor sovente avampo;

parmi udir l’alto suon de le parole

giunger concento a l’armonia celeste,

e veggio il fulgorar del chiaro lampo

che dentro il mio pensiero avanza il sole.

Che fia vederlo fuor d’umana veste?


4


Alma felice, se ’l valor ch’excede

nel mondo ogn’altro ancor nel Ciel sublima,

come in le nobil menti sei la prima

esser de’ tua la più pregiata sede.


Finché l’imagin viva a l’occhio riede

la bella tua memoria in l’alta cima

di quei degni pensier ch’han vera stima

farà de l’opre chiare immortal fede,

ché né invidia qua giù, né là su merto,

di fama al mondo, e al Ciel di gaudio eterno

l’ultimo pregio a la tua gloria tolse.

Ragion l’afferma e Amor me ’l mostra aperto

che ’l tuo vivo splendor riluce interno

nel petto, ov’ogni error prima disciolse.


5


Quella superba insegna e quello ardire

che per la forte tua vittrice mano

fece ogni sforzo, ogni dissegno vano,

mostra il vigor, sfoga gli sdegni e l’ire.

Spense l’ardor del già folle desire

l’invitto tuo valor, via più ch’umano,

che li chiuse a cittadi, a monti, a piano

i passi, con suo grave aspro martire.

Non fortuna d’altrui, né propria stella,

virtù, celerità, forza ed ingegno

diero a l’imprese tue felice fine;

la chiara fama qui, la gloria bella

nel Ciel eterno ti dà ’l merto degno,

ch’uman premio non paga opre divine.


6


A le vittorie tue, mio lume eterno,

non gli die’ ’l tempo e la stagion favore;

la spada, la virtù, l’invitto core

fur i ministri tuoi la state e ’l verno.

Prudente antiveder, divin governo

vinser le forze averse in sì brev’ore

che ’l modo a l’alte imprese accrebbe onore

non men che l’opre al bel animo interno.

Viva gente, real animi alteri,

larghi fiumi, erti monti, alme cittadi

da l’ardir tuo fur debellate e vinte.

Salisti al mondo i più pregiati gradi;

or godi in Ciel d’altri trionfi veri,

d’altre frondi le tempie ornate e cinte.


7


Di così nobil fiamma Amor mi cinse

ch’essendo morta in me vive l’ardore;

né temo novo caldo, ché ’l vigore

del primo foco mio tutt’altri estinse.

Ricco legame al bel giogo m’avinse

sì che disdegna umil catena il core;

non più speranza vuol, non più timore;

un solo incendio l’arse, un nodo il strinse.

Scelto dardo pungente il petto offese,

ond’ei riserba la piaga immortale

per schermo contra ogni amoroso impaccio.

Per me la face spense ove l’accese;

l’arco spezzò ne l’aventar d’un strale;

sciolse i suo’ nodi in l’annodar d’un laccio.


8


Quanto di bel Natura al mondo diede

ne l’opra sua più cara e più gradita,

quanto discopre il sol, quanto s’addita,

che del poter divin ne faccian fede,

dispreggia il cor, perch’a la mente riede

quella luce mortale ed infinita

per nostra indegnitate a noi sparita,

che ’n Cielo a paragon ogn’altra excede.

Né richiamarla ognor, né pianger sempre

fa minor il dolor, maggior la speme;

morì il rimedio alor che nacque ’l danno.

E se avien che ’l martir non mi distempre

la cagion s’appresenta e ’l danno inseme,

onde il rifugio istesso apporta inganno.


9


Oh che tranquillo mar, che placide onde

solcavo un tempo in ben spalmata barca!

Di bei presidi e d’util merce carca

l’aer sereno avea, l’aure seconde;

il ciel, ch’or suoi benigni lumi asconde,

dava luce di nubi e d’ombre scarca;

non de’ creder alcun che sicur varca

mentre al principio il fin non corrisponde.

L’aversa stella mia, l’empia fortuna

scoverser poi l’irate inique fronti

dal cui furor cruda procella insorge;

venti, piogge, saette il ciel aduna,

mostri d’intorno a divorarmi pronti,

ma l’alma ancor sua tramontana scorge.


10


Chi può troncar quel laccio che m’avinse?

Se Ragion porse il stame Amor l’avolse;

né Sdegno il rallentò, né Morte il sciolse;

la Fede l’annodò, Tempo lo strinse.

Il cor legò, poi l’alma, e intorno cinse;

chi più conobbe il ben più se ne tolse;

l’indissolubil nodo in premio volse

per esser vinta da chi gli altri vinse.

Convenne al ricco bel legame eterno

spreggiar questa mortal caduca spoglia

per annodarmi in più mirabil modo;

onde tanto obligò lo spirto interno

ch’al cangiar vita fermerò la voglia;

soave in terra, in Ciel felice nodo.


11


A che miseria Amor mio stato induce

che ’l proprio sol ancor tenebre rende!

Non prima il veggio scorger che raccende

il desio di veder mia vaga luce.

Quanto più gemme ed or fra noi riluce

l’inferma vista mia più se n’offende;

e se dolce armonia l’orecchia intende

pianto e sospir alfin nel cor produce.

S’io verde prato scorgo trema l’alma

priva di speme, e se fior vaghi miro

si rinverde il desir del mio bel frutto

che morte svelse, ed a lui grave salma

tolse in un breve e felice sospiro,

coprendo il mondo e me d’eterno lutto.


12


Gli alti trofei, le gloriose imprese,

le ricche prede, i trionfali onori,

ornar le tempie di sacrati allori,

facean le voglie altrui di lodi accese.

Poi che l’eterno Sol ne fe’ palese

altra vita mortal, di santi ardori

s’infiammar l’alme, e nei più saggi cori

le vere glorie fur più certo intese.

Ma il mio bel lume in un obietto solo

di viva fama ornò la bella spoglia,

e di foco divino accese l’alma,

ché qui fra noi da l’uno a l’altro polo

con chiare opre adempì l’altera voglia;

or gode in Ciel la più onorata palma.


13


Dal vivo fonte del mio pianto eterno

con maggior vena largo rivo insorge

quando lieta stagion d’intorno scorge

l’alma, che dentro ha un lacrimoso verno;

quanto più luminoso il ciel discerno,

ricca la terra, e adorno il mondo porge

le sue vaghezze, il cor miser s’accorge

che ’l bel di fuor raddoppia il duol interno.

Ristretta in loco oscuro, orrido e solo,

ascosa, e cinta dal proprio martire,

legati i sensi tutti al bel pensero,

con veloce expedito altero volo

unir la mente al mio sommo desire

oggi è quanto di ben nel mondo spero.


14


Dal breve sogno e dal fragil pensero

soccorso attende la mia debil vita;

quando interrotti son riman smarrita

sì, ch’io peno in ridurla al camin vero,

vero non già per me, ch’altro sentero

mi suol mostrar la mia luce infinita,

e dirmi: «Meco in Ciel sarai gradita

se raffrena il dolor lo spirto altero.

Martiri, aversità, disdegni e morte

non diviser le voglie insieme accese

ch’Amor, Fede e Ragion legar sì forte».

Rispondo: «L’alte tue parole intese

e serbate da me son fide scorte

per vincer qui del mondo empie contese».


15


Occhi miei, oscurato è il nostro sole:

così l’alta mia luce a me sparita,

e, per quel ch’io ne speri, al ciel salita;

ma miracol non è, da Tal si vole.

E se pietà ancor può quant’ella sòle,

ch’indi per Lete esser non può sbandita,

e mia giornata ho con suo’ pie’ fornita,

forse, o che spero? il mio tardar li dole.

Pianger l’aer, la terra e ’l mar devrebbe

l’abito onesto, il ragionar cortese,

quando un cor tante in sé virtuti accolse.

Quanto la nova libertà m’increbbe

poi che mort’è colui che tutto intese,

che sol ne ’l mostrò il Ciel, poi se ’l ritolse.


16


Fiammeggiavano i vivi lumi chiari

ch’accendon di valor gli alti intelletti;

l’anime gloriose e i spirti eletti

davan ciascun a prova i don più rari.

Non fur le Grazie parche o i Cieli avari;

gli almi pianeti, in propria sede eretti,

mostravan lieti quei benigni aspetti

ch’instillan le virtù nei cor preclari.

Più chiaro giorno non aperse il sole,

s’udian per l’aere angelici concenti,

quanto volse Natura in l’opre ottenne.

Col sen carco di gigli e di viole

stava la terra, e ’l mar tranquillo e i venti,

quando il bel lume mio nel mondo venne.


17


Or sei pur giunto al fine, o spirto degno,

del tuo sempre d’onor desir acceso;

t’era il viver fra noi noioso peso,

ché ’l Ciel del grand’ardir fu ’l vero segno.

Tutte cure mortali avesti a sdegno,

per gradi di valor in alto asceso

l’excelsa mente avea qua giù compreso

quel ch’or gode là su nel santo regno.

Non ebbe loco in te basso pensero;

coi sproni a la ragion col freno ai sensi

vivesti qui di giù di gloria in Cielo.

Col lume di virtù nel lume vero

scorgesti gli occhi or ne l’eterno accensi,

dov’io spero venir pria cangi il pelo.


18


Per subietto a la nobil forma altera,

atto a serbare il suo lume fulgente,

diede il Ciel da’ primi anni la mia mente,

che la ritien ancor viva ed intera.

Com’a saldo sigillo molle cera

fu ’l core a l’opre chiare, e il petto ardente

secreto e fido albergo ove sovente

depose i bei pensier l’alma sincera.

Né di morte l’acerbe invide offese

mi fan restar del gran tesor mendica,

ch’è vivo di sue glorie al mondo sole.

La mente il raggio bel che pria l’accese,

il cor l’impresso ben lieto nudrica,

e ’l petto il conservar l’alte parole.


19


Quanti dolci pensieri, alti desiri,

nudriva in me quel Sol che d’ogn’intorno

sgombrò le nubi e fe’ qui chiaro giorno

mentre appagò sua vista i mie’ martiri!

Soave il lacrimar, grati i sospiri

mi rendea il sereno sguardo adorno,

mio vago lume e mio sì bel soggiorno

ch’or scorgo tenebroso ovunque io miri.

Veggio spento il valor, morte o smarrite

l’alme virtuti, e le più nobil menti

per il danno commun meste e confuse.

Al suo sparir dal mondo son fuggite

di quell’antico onor le voglie ardenti,

e le mie d’ogni ben per sempre excluse.


20


Quando già stanco il mio dolce pensero

del suo felice corso giunge a riva

dimostra il sonno poi l’imagin viva

con altro inganno più simil al vero.

Quel fa ch’io segni bianco il giorno nero,

questo d’oscurità le notti priva,

e se già l’aprir gli occhi mi nudriva

il chiuderli ora è cagion ch’io non pero.

E se col tempo il gran martir s’avanza,

sempre più salda in la memoria siede

col sonno e col pensier l’alta sembianza.

Il proprio ardor rinova la mercede,

ché se fuggì ’l piacer e la speranza

con maggior forza alor s’armò la fede.


21


Questo sol, ch’oggi agli occhi vostri splende,

di grave iniuria carco e d’alto scorno

lo vidi un tempo; or di sé il mondo adorno,

fertil la terra, il ciel lucido rende

perché con l’altro mio più non contende,

ch’or lampeggiando nel divin soggiorno

d’un ardor santo e d’un perpetuo giorno

dinanzi al vero Sol s’alluma e accende.

Quei raggi, quel calor, quell’alta luce

m’infiamman sì che questo or sento e scorgo

discolorato, mesto, afflitto e nero.

Caduchi effetti il vostro alfin produce;

fa ’l mio beata l’alma, ond’io m’accorgo

de l’uno e l’altro vo’, felice e altero.


22


S’a pena i spirti avean intera vita

quando il Ciel gli prescrisse ogn’altro obietto,

e sol m’apparve il bel celeste aspetto

da la cui luce fui sempre nudrita,

qual dura legge ha poi l’alma sbandita

dal grato albergo, anzi divin ricetto?

La scorta, il lume, il giorno l’è interdetto,

ond’or camina in cieco error smarrita.

Se la Natura e ’l Ciel con pari voglia

ne legò insieme, ahi! qual invido ardire

o qual ingiusta forza ne disciolse?

Se ’l viver suo nudrì mia frale spoglia,

per lui nacqui, ero sua, per sé mi tolse,

in la sua morte ancor devea morire.


23


S’a la mia bella fiamma ardente speme

fu sempre dolce nudrimento ed esca,

com’avien ch’ella spenta l’ardor cresca,

e in mezzo al foco l’alma afflitta treme?

La speranza e ’l piacer fuggiro inseme;

con quale arte la piaga or si rinfresca?

Che me lusinga, o qual cibo m’invesca

se morte svelse il frutto, i fiori e ’l seme?

Ma forse il foco che ’l mio petto accende

da così pura face il tolse Amore

che l’immortal principio eterno il rende;

vive in se stesso il mio divino ardore,

e se nudrir si vuol dentro si extende

ne l’alma, cibo degno al suo signore.


24


Le belle opre d’Enea superbe e sole

fa risonar quel chiaro alto intelletto,

ma, se ’l Ciel dava al stil equal subietto,

vera luce a quell’occhio era ’l mio Sole.

Questo lume che ’l mondo onora e cole

dava cagion d’alzar suo grande effetto,

né tal splendor or cape in minor petto,

onde ciascun de la sua età si dole.

Non già che la materia il nome eterno

toglia a quel degno auttor, né a questi effetti

merto e ragion non faccian chiara istoria;

ma condur questo in Ciel, non ne l’Inferno,

lodar vera virtù con saggi detti,

farian più viva e l’una e l’altra gloria.


25


Se in oro, in cigno, in tauro il sommo Giove

converso fu da cieco error sospinto,

dal divin soglio al terren labirinto

si mosse quel che gli altri ferma e move.

Amor, s’apprezzi sol mirabil prove,

da gloria vana e stran desir convinto

portami ov’or dal proprio valor spinto

rifulge il mio bel Sol con luci nove.

Maggior miracol fia, più altera impresa

di trasportarmi al Ciel con mortal velo

ch’indur con umil forma in terra i dei.

Ma se d’alto desir la mente accesa

vaneggia, astretta d’amoroso zelo,

porgi tua forza ardir ai pensier miei.


26


Morte col fiero stral se stessa offese

quando oscurar pensò quel lume chiaro

ch’oggi è più vivo in Ciel, fra noi più raro,

ma il morir suo l’immortal gloria accese.

Onde irata vèr me l’armi riprese,

poi vide essermi dolce il colpo amaro;

no ’l die’, ma col morir vivendo imparo

cruda guerra con lei, strane contese.

S’io cerco darle in man la morta vita

perché di sua vittoria resti altera,

ed io del mio finir lieta e felice,

per far nova vendetta empia, inaudita,

mi lascia viva in questa morte vera;

s’ella mi sdegna oh che sperar mi lice?


27


Prima nei chiari or negli oscuri panni

dimostra Amor nel cor dominio intero;

io pur col tempo mitigarlo spero,

ed ei s’avanza col girar degli anni.

Parmi che i lunghi mie’ gravosi danni

li ricompensi un dolce alto pensero

che solo ombrando il bel sembiante altero

rinforza in me l’ardor, sgombra gli affanni.

Imaginata luce arde e consuma,

sostiene e pasce l’alma, e ’l foco antico

con vigor novo soffia, aviva e ’ncende;

il chiaro suo valor, che ’l mondo alluma

di veri exempi, mi fa il duol sì amico

ch’assai mi giova più che non m’offende.


28


Già desiai che fosse il mio bel Sole

certo de la mia salda e pura fede;

or vive in parte pur che sa, non crede,

l’opre, i pensier, le voglie e le parole.

Vede che quanto ei volse or segue e vole

l’alma che sente ognor, li parla e vede;

sa che già mai ne la memoria riede,

perché continuo il cor l’adora e cole.

Vede le glorie sue, che gli altri onori

vincon sì, che né nove né seconde

parranno in altra età, ma prime e antiche.

Così il bel lume de’ suo’ santi ardori

guidi mia nave in queste turbide onde,

tra scogli e tra sirene empie nimiche.


29


Cara union, con che mirabil modo

per nostra pace t’ha ordinata il Cielo,

che lo spirto divino e ’l mortal velo

leghi un soave ed amoroso nodo!

Io la bell’opra e ’l grande auttor ne lodo,

ma, d’altra speme mossa e d’altro zelo,

separarla vorrei prima che ’l pelo

cangiassi, poiché d’essa io qui non godo.

L’alma rinchiusa in questo carcer rio

come nimico l’odia, onde smarrita

né vive qua né vola ov’io desio.

Vera gloria saria vedermi unita

col lume che die’ luce al corso mio,

poi sol nel viver suo conobbi vita.


30


Quando Morte fra noi disciolse il nodo

che primo avinse il Ciel, Natura e Amore,

tolse agli occhi l’obietto e ’l cibo al core;

l’alme ristrinse in più congiunto modo.

Quest’è ’l legame bel ch’io prezzo e lodo,

dal qual sol nasce eterna gloria e onore;

non può il frutto marcir, né langue il fiore

del bel giardino ov’io piangendo godo.

Sterili i corpi fur, l’alme feconde;

il suo valor qui col mio nome unito

mi fan pur madre di sua chiara prole,

la qual vive immortal, ed io ne l’onde

del pianto son, perch’ei nel Ciel salito,

vinse il duol la vittoria ed egli il sole.

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