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Giovanni Boccaccio L'Amorosa visione



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Giovanni Boccaccio


L'Amorosa visione


e-text a cura del Bolelro di Ravel

www.ilbolerodiravel.org

aprile 2002


Edizione di riferimento:

Giovanni Boccaccio: Amorosa visione, a cura di Vittore Branca, in Tutte le opere, a cura di V. Branca, vol. III, Mondadori, Milano 1974


Nelli tre infrascritti sonetti si contengono per ordine tutte le lettere principali de' rittimi della infrascritta Amorosa Visione. E però che in quelli il nome dell'autore si contiene, altrimenti non si cura di porlo. I sonetti sono questi.


Mirabil cosa forse la presente

vision vi parrà, donna gentile,

a riguardar, sì per lo nuovo stile,

sì per la fantasia ch'è nella mente.

Rimirandovi un dì, subitamente, 5

bella, leggiadra et in abit'umile,

in volontà mi venne con sottile

rima tractar parlando brievemente.

Adunque a voi, cui tengho donna mia

et chui senpre disio di servire, 10

la raccomando, madama Maria;

e prieghovi, se fosse nel mio dire

difecto alcun, per vostra cortesia

correggiate amendando il mio fallire.

Cara Fiamma, per cui 'l core ò caldo, 15

que' che vi manda questa Visione

Giovanni è di Boccaccio da Certaldo.


Il dolce inmaginar che 'l mio chor face

della vostra biltà, donna pietosa,

recam'una soavità sì dilectosa

che mette lui con mecho in dolcie pace.

Poi quando altro pensiero questo disface, 5

piangemi dentro l'anima 'ngosciosa,

cercando come trovar possa posa,

et sola voi disiar le piace.

Et però volend'i' perseverare

pur nello 'nmaginar vostra biltate, 10

cerco con rime nuove farvi i' onore.

Questo mi mosse, donna, a compilare

la Visione in parole rimate,

che io vi mando qui per mio amore.

Fatele onor secondo il su' valore, 15

avendo a tempo poi di me pietate.


O chi che voi vi siate, o gratiosi

animi virtuosi,

in cui amor come 'n beato loco

celato tene il suo giocondo focho,

i' vi priego c'un poco 5

prestiate lo 'ntellecto agli amorosi

versi, li quali sospinto conposi

forse da disiosi

voler troppo 'nfiammato; o se 'l mio fioco

cantar s'imvischa nel proferer broco, 10

o troppo è chiaro o roco,

amendatel acciò che ben riposi.

Se in sé fructo o forse alcun dilecto

porgesse a vo' lector, ringratiate

colei la cui biltate 15

questo mi mosse a ffar come subgiecto.


E perché voi costei me' conosciate,

ella somigli' Amor nel su' aspecto,

tanto c'alcun difecto

non v'à a chi già 'l vide altre fiate; 20

e l'un dell'altro si gode di loro,

ond'io lieto dimoro.

Rendete a llei 'l meritato alloro!

E più non dico 'mai,

perché decto mi par aver assai. 25


TESTO A


CANTO I


Move nuovo disio la nostra mente,

donna gentile, a volervi narrare

quel che Cupido graziosamente

in vision li piacque di mostrare

all'alma mia, per voi, bella, ferita 5

con quel piacer che ne' vostri occhi appare.

Recando adunque la mente, smarrita

per la vostra virtù, pensieri al core,

che già temea della sua poca vita,

accese lui di sì fervente ardore, 10

che uscita di sé la fantasia

subito entrò in non usato errore.

Ben ritenne però il pensier di pria

con fermo freno, ed oltre a ciò ritenne

quel che più caro di nuovo sentia. 15

In ciò vegghiando, in le membra mi venne

non usato sopor tanto soave,

ch'alcun di loro in sé non si sostenne.

Lì mi posai, e ciascun occhio grave

al sonno diedi, per lo qual gli agguati 20

conobbi chiusi sotto dolce chiave.

Così dormendo, in su liti salati

mi vidi correr, non so che temendo,

pavido e solo in quelli abbandonati

or qua or là, null'ordine tenendo; 25

quando donna gentil, piacente e bella,

m'apparve, umil pianamente dicendo:

– Se questo luogo solo a gire a quella

somma felicità, che alcun dire

non poté mai con intera favella, 30

abbandonar ti piace, il me seguire

ti poserà in sì piacente festa,

ch'avrai sicuro e pieno ogni disire –.

Fiso pareva a me rimirar questa

ed ascoltare intento sue parole, 35

quando s'alzò alla sua bionda testa,

ornata di corona più che 'l sole

fulgida, l'occhio mio, e mi parea

il suo vestire in color di viole.

Ridente era in aspetto e 'n man tenea 40

reale scettro, ed un bel pomo d'oro

la sua sinistra vidi sostenea.

Sopra 'l piè grave, non sanza dimoro,

moveva i passi; e lei tacendo ed io

pensato di volere suo aiutoro: 45

– Ecco – risposi, – donna, il mio disio

è di cercar quel ben che tu prometti,

se a' tuoi passi di dietro m'invio.

– Lascia –, diss'ella, – adunque i van diletti

e seguitami verso quell'altura 50

ch'opposta vedi qui a' nostri petti.

Allor lasciar pareami ogni paura

e darmi tutto a seguitar costei,

abbandonando la strana pianura.

Poi che salito fui dietro a costei 55

non già per molto spazio, il viso alzai

istato basso infin lì verso i piei:

rimirandomi avanti, i' mi trovai

venuto a piè d'un nobile castello,

sopra al sogliar del quale io mi fermai. 60

Egli era grande ed altissimo e bello

e spazioso, avvegna che alquanto

tenebroso paresse entrando in quello.

– Siam noi ancora là dove cotanto

ben mi prometti, donna graziosa, 65

di dovermi mostrar? –, diss'io intanto.

Ed ella allora: – Più mirabil cosa

veder vuoi prima che giunghi lassuso,

dove l'anima tua fia gloriosa.

Noi cominciammo pur testé quaggiuso 70

ad entrar a quel ben: quest'è la porta:

entra sicuro omai nel cammin chiuso.

Tosto ti mostrerò la via scorta,

per la qual fia ad andarvi diletto

se non ti volta coscienza torta. 75

Ed io: – Adunque andiam, ché già m'affretto,

già mi cresce il disio, sì ch'io non posso

tenerlo ascoso più dentro nel petto.

Vedi com'io mi son sicuro mosso,

vedi ch'io vegno e trascorro di voglia, 80

d'ogni altra cura nella mente scosso.

– Ir si conviene qui di soglia in soglia

con voler temperato, ché chi corre

talor tornando convien che si doglia –.

Sì era il suo dir vero, che apporre 85

né contro andarvi io non arei potuto,

né dal piacer di lei potuto torre

in ciò, ancor ch'io avessi saputo.


CANTO II


«O somma e graziosa intelligenzia

che muovi il terzo cielo, o santa dea,

metti nel petto mio la tua potenzia:

non sofferir che fugga, o Citerea,

a me lo 'ngegno all'opera presente,

ma più sottile e più in me ne crea. 5

Venga il tuo valor nella mia mente,

tal che 'l mio dir d'Orfeo risembri il suono,

che mosse a racquistar la sua parente.

Infiamma me tanto più ch'io non sono,

che 'l tuo ardor, di ch'io tutto m'invoglio, 10

faccia piacere quel di ch'io ragiono.

Poi che condotto m'ha a questo soglio

costei, che cara seguir mi si face,

menami tu colà ov'io ir voglio,

acciò che' passi miei, che van per pace 15

seguendo il raggio della tua stella,

vengano a quello effetto che ti piace».

Ragionando con tacita favella

così m'andava nel nuovo sentiero

seguendo i passi della donna bella. 20

Ruppemi tal parlar nuovo pensiero

ch'un muro antico nella mente mise,

apparitoci avanti tutto intero.

Allor la bella donna un poco rise,

me stupefatto e d'ammirazion pieno 25

veggendo, e disse: – Forse tu divise

del camin nostro che qui venga meno:

o se più è, non vedi da qual loco

li passi nostri su salir porrieno.

Oltre convien che venghi ancora un poco, 30

ed io mostrandol, vederai la via

che ci merrà al grazioso gioco –.

Non fummo guari andati che la pia

donna mi disse: – Vedi qui la porta

che la tua alma cotanto disia –. 35

Nel suo parlar mi volsi, e poi che scorta

l'ebbi, la vidi piccioletta assai,

istretta ed alta, in nulla parte torta.

A man sinistra allora mi voltai

volendo dir: «Chi ci potrà salire 40

o passar dentro, ché par che giammai

gente non ci salisse?» e nel mio dire

vidi una porta grande aperta stare,

e festa dentro mi vi parve udire.

E dissi allor: – Di qua fia meglio andare, 45

al mio parere, e credo troveremo

quel che cerchiam, ché già udir mel pare –.

Non è così rispuose, – ma andremo

su per la scala che tu vedi stretta

e 'n su la sommità ci poseremo. 50

Tu guardi là, e forse ti diletta

il cantar che tu odi, il qual piuttosto

pianto si dovria dire in lingua retta.

Il corto termine alla vita posto

non è da consumare in quelle cose 55

che 'l bene etterno vi fanno nascosto.

Levarsi ad alto, alle gloriose,

utilemente s'acquista virtute,

che lascia le memorie poi famose.

E s' tu non credi forse che a salute 60

questa via stretta meni, alza la testa:

ve' che dicon le lettere scolpute

Alzai allora il viso, e vidi: «Questa

piccola porta mena a via di vita;

posto che paia nel salir molesta, 65

riposo etterno dà cotal salita;

dunque salite su sanza esser lenti,

l'animo vinca la carne impigrita».

Io dissi: – Donna, molto mi contenti

col ver parlar che tua bocca produce, 70

e più m'accertan le cose parventi,

guardando quelle; ma dimmi, che luce

è quella ch'io veggio là entr'ora?

perché in questa così non riluce? –

– Voi che nel mondo state, vostra mora 75

fate in loco tenebroso e vano:

e però gli occhi alla dolce aurora

alzare non potete, a mano a mano

che voi di quella uscite, a veder quanta

sia la chiarezza del Fattor sovrano. 80

Rompesi poi la nebbia che v'ammanta

quando ad entrar nel vero incominciate,

e conoscete poi la luce santa.

Dirizza i piedi alle scale levate;

su non sarai che vie maggior chiarezza 85

vedrai che là non è mille fiate:

adunque che fia in capo dell'altezza? –.


^ CANTO III


Ristata era la donna di parlare

e rimirava ch'io entrassi dentro

di rietro a lei, che già volea montare.

– Sed e' vi piace, prima andiam là entro –,

diss'io a lei. E quella: – Tu disii 5

di rovinar con doglia al tristo centro.

Io dico insino a qui: se là t'invii,

in cose vane l'anima disposta

a bene oprar convien che si disvii.

Pon l'intelletto alla scritta ch'è posta 10

sopra l'alto arco della porta, e vedi

come 'l suo dar val poco e motto costa –.

Ed io allora a riguardar mi diedi

la scritta in alto che pareva d'oro,

tenendo ancora in là voltati i piedi. 15

«Ricchezze, dignità, ogni tesoro,

gloria mondana copiosamente

do a color che passan nel mio coro.

Lieti li fo nel mondo, e similmente

do quella gioia che Amor promette 20

a' cor che senton suo dardo pugnente».

– Or hai vedute ed amendune lette

le scritte, e vedi chi maggior promessa

e più utile fa: dunque che aspette?

Non istian più omai, ché 'l tempo cessa 25

e 'l perder quello spiace a' più saputi;

adunque omai saliam –, mi dicev'essa.

– Ver è, donna gentil, ch'i' ho veduti –,

risposi, – scritti i don, però vedere

vorrei provando qua' son posseduti. 30

Ogni cosa del mondo a sapere

non è peccato, ma la iniquitate

si dee lasciare e quel ch'è ben tenere.

Venite adunque qua, ché pria provate

deono esser le cose leggieri 35

ch'entrare in quelle c'han più gravitate.

Ora che siamo quasi nel sentieri,

andiam, vediamo questi ben fallaci:

più caro fia poi l'affannar pe' veri –.

– Se tu sapessi quanto e' son tenaci 40

e quanto traggon l'uom di via diritta,

non parleresti sì come tu faci.

Toglianci quinci –, disse, – ché già fitta

veggo la mente tua, se più ci stai,

a quel che dice la seconda scritta. 45

Il che lasciar, a chi il prende, mai

impossibile par fin che si more,

e per que' va poi agli etterni guai –.

La donna giva già. Ed ecco fore

della gran porta due giovini uscire; 50

l'uno era corto e bianco in suo colore

e l'altro rosso; e incominciaro a dire:

– Dove cercando vai gravoso affanno?

Vien dietro a noi, se vuoi il tuo disire.

Sollazzo e festa, come molti fanno, 55

qua non ti falla, e poi il salir suso

potrai ancor nell'ultimo tuo anno.

Il luogo è chiaro e di tenebre schiuso:

vien, vedi almeno, e satira' ten poi,

se ti parrà noioso esser quaggiuso –. 60

Piacevami il dir loro, e già: «Con voi»,

dir voleva, «io verrò»; ma mi diceva

colei: – Lascia costoro, andian su noi –.

E per la destra man preso m'aveva

seco tirando me in su; e l'uno 65

la mia sinistra e l'altro ancor teneva,

ridendosene insieme, e ciascheduno

tirandomi diceva: – Vienne, vienne,

cerchi sola costei il cammin bruno –.

Lì d'una parte e d'altra mi ritenne 70

l'esser tirato; dond'io: – Ben sapete –,

volto alla donna, – che io non ho penne

a poter su volar, come credete,

né potrei sostener questi travagli

a' quai dispormi subito volete –. 75

Fermata allor mi disse: – Tu t'abbagli

nel falso immaginar, e credi a questi

ch'a dritta via son pessimi serragli.

A trarti fuor d'errore e di molesti

disii discesi, e per voler mostrarti 80

le vere cose che prima chiedesti;

né mai avrei lasciato d'aiutarti

col mio veder nelle battaglie avverse.

Ma poi che ad altro t'è piaciuto darti,

truova il cammino dell'opere perse, 85

ch'io non ti lascerò, mentre che io

vedrò non darti tra quelle diverse

a voler seguitar bestial disio –.


CANTO IV


Seguendomi la donna, com'io lei

pria seguitava, co' due giovinetti

a man sinistra volsi i passi miei.

Intra lor due avean noi due ristretti,

e con più spesso passo n'andavamo 5

a riguardare i men cari diletti.

Andando in tal maniera, noi entramo

per la gran porta insieme con costoro,

ed in una gran sala ci trovamo.

Chiara era e bella e risplendente d'oro, 10

d'azzurro e di color tutta dipinta

maestrevolmente in suo lavoro.

Humana man non credo che sospinta

mai fosse a tanto ingegno quanto in quella

mostrava ogni figura lì distinta, 15

eccetto se da Giotto, al qual la bella

Natura parte di sé somigliante

non occultò nell'atto in che suggella.

Noi ci traemmo nella sala avante,

quasi nel mezzo d'essa, e quivi stando 20

vedevam le figure tutte quante.

Ell'era quadra: ond'io che riguardando

giva per tutto, dirizzai il viso

ver l'una delle facce, in piede stando.

Là vid'io pinta con sottil diviso 25

una donna piacente nell'aspetto,

soave sguardo avea e dolce riso.

La man sinistra teneva un libretto,

verga real la destra, e' vestimenti

porpora gli estimai nell'intelletto. 30

A piè di lei sedevan molte genti

sopra un fiorito e pien d'erbette prato,

alcuni più e alcun meno eccellenti.

Ma dal sinistro e dal suo destro lato

sette donne vid'io, dissimiglianti 35

l'una dall'altra in atto ed in parato.

Elle eran liete e lor letizia in canti

pareami dimostrassero, ma io

con l'occhio alquanto più mi trassi avanti,

Nel verde prato a man destra vid'io 40

di questa donna, in più notabil sito,

Aristotile star con atto pio:

tacito riguardando, in sé unito,

pensoso mi pareva; e poi appresso

Socrate sedea quasi smarrito. 45

Eravi quivi ancor Platon con esso,

Melisso, Alessandro v'era e Tale,

Speseusippo lei mirando spesso;

Raclito ancora e Ipocràs, il quale

in abito mostrava d'aver cura 50

ancora di sanare il mondan male.

Ivi sedeva con sembianza pura

Galieno, e con lui era Zenone

e 'l geometra ch'a dritta misura

mosse lo 'ngegno, sì che con ragione 55

oggi s'adovra seguendo suo stile;

e dopo lui Democrito e Solone.

Insieme con costoro in atto umile

si sedea Tolomeo, e speculava

i ciel con intelletto assai sottile, 60

riguardando una spera che li stava

ferma davanti; e Tebìth con lui

ed Abracìs ancora in ciò mirava.

Averroìs e Fedron dopo lui

sedevan rimirando la bellezza 65

di quella donna che onora altrui.

Nassagora ancor quella chiarezza

mirava fiso insieme con Timeo,

mostrando in atto di sentir dolcezza.

Diascoride ancor v'era ed Orfeo, 70

Ambepece e Temistio, e poi un poco

Essiodo almo e Timoteo.

Oh quanto quivi in grazioso gioco

Pitagora onorato si vedea

e Diogene in sì beato loco! 75

Vie dopo questi ancora mi parea

Seneca riguardando ragionare

con Tulio insieme, che con lui sedea.

Innanzi a loro un poco, ciò mi pare,

Parmenide sedea e Teofrasto, 80

lieto ciascun della donna mirare.

Vestito d'umiltà, pudico e casto,

Boezio si sedeva ed Avicena,

ed altri molti, i qua' s'a dir m'adasto,

non fosse troppo rincrescevol pena 85

dubbio a' lettor; però mi taccio omai

e dirò di color che seco mena

dalla man manca, ov'io mi rivoltai.


CANTO V


Io dico che dalla sinistra mano

di quella donna vidi un'altra gente,

l'abito della qual non guari strano

sembrava da color che primamente

contati abbiam, ben che la vista loro 5

si stenda ver le donne più fervente.

Vergilio mantovano infra costoro

conobb'i' quivi più ch'altro esaltato,

sì come degno, per lo suo lavoro.

Ben mostrava nell'atto che a grato 10

gli eran le sette donne per le quali

sì altamente avea già poetato:

il ruinar di Troia ed i suoi mali,

di Dido, di Cartagine e d'Enea,

lavorar terre e pascere animali 15

trattar negli atti suoi ancor parea.

Omero e Orazio quivi dopo lui,

ciascun mirando quelle, si sedea.

A' quai Lucan seguitava, ne' cui

atti parea ch'ancora la battaglia 20

di Cesare narrasse e di colui,

Magno Pompeo chiamato, che 'n Tesaglia

perdé il campo; e quasi lagrimando

mostra che di Pompeo ancor li caglia.

Eravi Ovidio, lo qual poetando 25

iscrisse tanti versi per amore,

com' acquistar si potesse mostrando.

Non guari dopo lui fatt'era onore

a Giovenal, che ne' su' atti ardito

a' mondan falli ancor facea romore. 30

Terenzio dopo lui aveva sito

non men crucciato, e Panfilo e Pindaro,

ciascun per sé sopra 'l prato fiorito.
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