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Francesco Berni Capitoli e sonetti burleschi



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Francesco Berni


Capitoli e sonetti burleschi


Edizione di riferimento:

Francesco Berni: Capitoli e sonetti burleschi, a cura di Silvia Longhi, in Poeti del Cinquecento, vol. I, a cura di Guglielmo Gorni, Massimo Danzi e Silvia Longhi, Ricciardi, Milano-Napoli


edizione elettronica a cura del Bolero di Ravel

www.ilbolerodiravel.org

luglio 2002


(1)

A messer Antonio da Bibbiena


Se voi andate drieto a questa vita,

Compar, voi mangerete poco pane,

E farete una trista riuscita. 3

Seguitar d“ e notte le puttane,

Giucar tre ore ai billi e alla palla,

A dire il ver, son cose troppo strane. 6

Voi dite poi che vi duole una spalla,

E che credete avere il mal franzese:

Almen venisse il canchero alla falla. 9

Ben mi disse giˆ un che se ne intese

Che voi mandaste via quell'uom dabbene

Per poter meglio scorrere il paese. 12

O veramente matto da catene!

Perdonatemi voi, per discrezione,

S'io dico pi che non mi si conviene: 15

Io ve lo dico per affez•one,

Pur non so s'io pi dica fame o sete

Ch'io tengo della vostra salvazione. 18

Che fate voi de' paggi che tenete

Voi altri gran maestri, e de' ragazzi,

Se ne' bisogni non ve ne valete? 21

Rinniego Dio se voi non ste pazzi,

Che lasciate la vita per andare

Dietro a una puttana, che v'ammazzi. 24

Forse che voi v'avete da guardare

Che la gente non sappia i fatti vostri,

E stievi dietro all'uscio ad ascoltare? 27

O che colei a un tratto vi mostri

In sul pi bello un palmo di novella,

Da fare spaventar le furie e i mostri, 30

E poi vi cavi di dito l'anella,

E chieggiavi la veste e la catena,

E v˜tivi ad un tratto la scarsella? 33

Forse che non avete a darle cena,

E profumare il letto e le lenzuola,

E dormir poi con lei per maggior pena? 36

E perchŽ la signora non stia sola,

Anzi si tenga bene intrattenuta,

Star tre ore impiccato per la gola? 39

O vergogna degli uomini fottuta,

Dormir con una donna tutta notte,

Che non ha membro addosso che non puta! 42

Poi piagne, e dice c'ha le rene rotte,

E c'ha perduto il gusto e l'appetito:

E gran mercŽ a lui se se lo fotte. 45

Ringrazio Idio, ch'i' ho preso partito

Che le non mi daranno troppo noia,

Insino a tanto ch'io mi sia pentito. 48

Prima mi lascer˜ cascar di foia

Ch'io acconsenta che si dica mai

Ch'una puttana sia cagion ch'io muoia.
51

Io n'ho veduto sper•enza assai;

E quanto vivo pi, tanto pi imparo,

Faccendomi dottor per gli altrui guai. 54

Or per tornare a voi, compar mio caro,

E a' disordinacci che voi fate,

Guardate pur che non vi costi caro. 57

Io vi ricordo ch'egli  or di state;

E che non si pu˜ far delle pazzie

Che si facevan le stagion' passate. 60

Quando e' vi vengon quelle fantasie

Di cavalcare a casa Michelino,

Sienvi raccomandate le badie. 63

Attenetevi al vostro ragazzino,

Che finalmente  men pericoloso,

E non domanda altrui nŽ pan nŽ vino. 66

Il d“ statevi in pace ed in riposo;

Non giucate alla palla doppo pasto,

Che vi farˆ lo stomaco acetoso. 69

Cos“, vivendo voi qu•eto e casto,

Andrete ritto ritto in paradiso,

E troverrete l'uscio andando al tasto. 72

Abbiate sopra tutto per avviso,

Se voi avete voglia di star sano:

Non guardate le donne troppo in viso; 75

Datevi inanzi a lavorar di mano.


(2)

^ Sopra il diluvio del Mugello


Nel mille cinquecento, anni ventuno,

Del mese di settembre a' ventidue,

Una mattina a buon'otta, a digiuno, 3

Venne nel mondo un diluvio, che fue

S“ rovinoso che da No in lˆ

A un bisogno non ne furon due. 6

Fu, come disse il Pesca, qui e qua:

Io, che lo viddi, dir˜ del Mugello;

Dell'altre parti dica chi lo sa. 9

Vulcano, Ischia, Vesuvio e Mongibello

Non fecion a' lor d“ tanto fracasso:

Disson le donne ch'egli era il fragello, 12

E ch'egli era il demonio e 'l setanasso

E 'l diavolo e 'l nimico e la versiera

Ch'andavon quella volta tutti a spasso. 15

Egli era terza, e parea pi che sera;

L'aria non si potea ben ben sapere

S'ell'era persa, monachina o nera; 18

Tonava e balenava a pi potere,

Cadevon le saette a centinaia,

Chi le sent“ nolle volea vedere. 21

Non rest˜ campanile o colombaia;

In modo tal che si potea cantare

Quella canzona che dice: "O ve' baia". 24

La Sieve fe' quel ch'ell'aveva a fare,

Cacciossi inanzi ogni cosa a bottino;

Menonne tal che non ne volea andare. 27

Non rimase pei fiumi un sol mulino;

E maladetto quel gambo di biada

Che non n'andesse al nimico del vino. 30

Chi stette punto per camparla a bada

Arebbe poi voluto essere altrove,

ChŽ non rinvenne a sua posta la strada. 33

Io potrei raccontar cose alte e nove,

Miracoli crudeli e sterminati,

Dico pi d'otto e anche pi di nove: 36

Come dir bestie e uomini affogati,

Querce sbarbate, salci, alberi e cerri,

Case spianate e ponti rovinati. 39

Di questi dica chi trovossi ai ferri;

Io ne vo' solamente un riferire,

E anche Dio m'aiuti ch'io non erri. 42

O buona gente che state a udire,

Sturatevi gli orecchi della testa,

E udirete quel ch'io vi vo' dire. 45

Mentre ch'egli era in ciel questa tempesta,

Si trovorno in un fiume due persone:

Or udirete cosa che fu questa. 48

Un fossatel che si chiama il Muccione,

Per l'ordinario s“ secco e s“ smunto

Che non immolla altrui quasi il tallone, 51

Venne quel d“ s“ grosso e s“ raggiunto

Che costor due, credendo esser da lato,

Si trovaron nel mezzo appunto appunto. 54

Quivi ciascun di loro spaventato,

E non vedendo modo di fuggire,

Come sa chi 'n tal' casi s' trovato, 57

Vollono in sur un albero salire,

E non dovette darne loro il cuore:

Io non so ben che si volessi dire. 60

Eron frategli, e l'un ch'era il maggiore

Abbracci˜ ben quel legno, e 'n su le spalle

Si fe' salire il suo fratel minore. 63

Quivi il Muccion con tutta quella valle

Menava ceppi e sassi aspri e taglienti:

Tutta mattina dˆlle, dˆlle, dˆlle. 66

Furon coperti delle volte venti;

E quel di sotto, per non affogare,

All'albero appoggiava il viso e' denti. 69

Attendeva quell'altro a confortare,

Ch'era per la paura quasi perso;

Ma l'uno e l'altro aveva poco a stare, 72

ChŽ bisognava lor far altro verso;

Se non che Cristo mand˜ loro un legno

Che si pose a quell'albero attraverso: 75

Quel dette loro alquanto di sostegno;

E non bisogna che nessun s'inganni,

ChŽ 'n altro modo non v'era disegno. 78

A quel di sotto non rimase panni;

Uscinne pesto, livido e percosso,

Et era a ordin com'un san Giovanni. 81

Quel di sopra anche aveva poco indosso;

Pur gli parve aver tratto diciannove,

Quand'ei si fu dalla furia riscosso. 84

Quest' una di quelle cose nuove

Ch'io non ricordo aver mai pi sentita,

NŽ credo sia mai stata tale altrove. 87

Buone persone che l'avete udita,

E pure avete fatto questo bene,

Pregate Dio che ci dia lunga vita, 90

E guardici dal fuoco e dalle piene.


(3)

^ Lamento di Nardino

Canattiere, strozziere e pescatore eccellentissimo


O buona gente che vi dilettate

E piaccionvi i piacer' del Magnolino,

Pregovi in cortesia che m'ascoltiate. 3

Io vi dir˜ il lamento di Nardino,

Che fa ognor con pianti orrendi e fieri

Sopra il suo sventurato Cornacchino. 6

Questo era un bello e gentil sparavieri,

Ch'ei s'avea preso e acconcio a sua mano,

E avutone giˆ mille piaceri. 9

Egli era bel, graz•oso e umano,

Sicuro quanto ogni altro uccel che voli,

Da tenersel per festa a ignuda mano. 12

Avea fatto ai suoi d“ mille bei voli,

Avea fra l'altre parti ogni buon segno,

E prese giˆ trentanove assiuoli. 15

Non avea forza, ma gli aveva ingegno,

O, come dicon certi, avea destrezza,

E 'n tutte le sue cose assai disegno; 18

Tornava al pugno, ch'era una bellezza;

Aspettava il cappel com'una forma:

Infine, egli era tutto gentilezza. 21

O Dio, cosa crudel fuor d'ogni norma!

Come ne venne il tempo delle starne,

E che n'appar“ fuori alcuna torma, 24

Appena ebb'ei cominciato a pigliarne,

Che gli venne uno enfiato sotto il piede,

Appunto ove  pi tenera la carne; 27

S“ come tutto 'l d“ venir si vede

Agli uccei cos“ vecchi come nuovi,

Che per troppa caldezza esser si crede. 30

Come si sia, comunche tu gli provi,

Ei vien subitamente lor un male,

Che questi uccellator' chiamano i chiovi. 33

O umana speranza ingorda e frale,

Quant' verace il precetto divino

Che non si debba amar cosa mortale! 36

Cominci˜ indi a sospirar Nardino,

E star pensoso e pallido nel volto,

Dicendo d“ e notte: "O Cornacchino, 39

O Cornacchin mio buon, chi mi t'ha tolto?

Tu m'hai privato d'ogni mio sollazzo,

Tu sarai la cagion ch'io verr˜ stolto. 42

Impiccato sia io s'io non m'ammazzo,

S'io non mi metto al tutto a disperare".

Cos“ gridava che pareva pazzo. 45

E come spesso avvien nell'uccellare,

Che qualche uccel fantastico e restio

Cos“ in un tratto non volea volare, 48

Ei s'adirava e rinnegava Dio,

E mordeasi per rabbia ambo le mani,

Gridando: "Ove sei tu, Cornacchin mio?". 51

Di poi ha preso adirarsi co' cani,

E gli chiama e gli sgrida e gli minaccia,

E dˆ lor bastonate da cristiani. 54

Ond'un ch' suo (nŽ vo' che vi dispiaccia),

C'ha nome Fagianin, ch' un buon cane,

йssi adirato, e non ne vuol pi caccia, 57

E spesso spesso a drieto si rimane;

Dicono alcun' che lo fa per dolore:

Un tratto e' va pi volentieri al pane. 60

Vedete or voi quanta forz' ha l'amore,

Che 'nsino agli animali inrazionali

Hanno compass•on del lor signore: 63

Queste son cose pur fiere e bestiali,

Chi le discorre e chi le pensa bene,

Ch'intervengon nel mondo agli animali. 66

Per˜, s'alcuna volta c'interviene

Cosa ch'a gusto non ci vadia troppo,

Bisogna torsi al fin quel che ne viene; 69

ChŽ si dˆ spesso in un peggiore intoppo,

Et  talor con danno altrui insegnato

Che gli  meglio ir trotton che di galoppo. 72

O buona gente ch'avete ascoltato,

Con s“ divota e pura attenz•one,

Questo lamento ch'io v'ho raccontato, 75

Abbiate di Nardin compass•one,

Perch'e' non s'abbi al tutto a disperarne:

Dio lo cavi di questa tentazione. 78

Io voglio in cortesia tutti pregarne:

Pregate Dio per questo Cornacchino;

Dico a chi piace uccellare alle starne, 81

Ch' proprio un dei piacer' del Magnolino.


(4)

^ Capitolo in lode de' ghiozzi


O sacri, eccelsi e glor•osi ghiozzi,

O sopra gli altri pesci egregi tanto

Quanto degli altri pi goffi e pi rozzi, 3

Datemi grazia ch'io vi lodi alquanto,

Alzando al ciel la vostra leggiadria,

Di cui per tutto il mondo avete il vanto. 6

Voi ste il mio piacer, la vita mia;

Per voi, quand'io vi veggio, ogni mia pena

Cessa, e ogni fastidio passa via. 9

Benedetto sia 'l fiume che vi mena:

O chiaro, ameno e piacevol Vergigno,

In te non venga mai t˜sco nŽ piena, 12

Poi che tu sei s“ grato e s“ benigno,

E ti ci mostri assai miglior vicino

Che quel che mena solo erba e macigno. 15

Sia benedetto appresso anche Nardino;

Dio lo mantenga e diegli ci˜ ch'e' vuole,

Cacio, gran, carnesecca, et olio e vino, 18

E facciagli le doti alle figliuole,

Acci˜ ch'altro non facci che pigliarvi

Col bucinetto e colle vangaiuole. 21

Io vorrei pur cominciare a lodarvi,

Ma non so s'io m'ar˜ tanto cervello

Ch'io possa degnamente sodisfarvi. 24

Quand'io veggio Nardin con quel piatello

Venire a casa e colla sua balestra,

Io grido com'un pazzo: "Vllo, vllo". 27

Accenno verso lui colla man destra,

Tant'allegrezza mi s'avventa al cuore

Ch'io mi son per gittar dalla finestra. 30

Poi ne vo verso lui con gran furore,

Correndo sempre e sempre mai gridando,

Come si fa d'intorno a chi si muore. 33

Poi ch'io v'ho visti, io vo considerando

Vostre fattezze tutte, a parte a parte,

Come chi va le stelle astrolagando. 36

Certo Natura in voi pose grand'arte

Per fare un animal cotanto degno

Da esser scritto in centomila carte. 39

La prima lode vostra, e 'l primo segno

Ch'io trovo,  quel ch'avendo voi gran testa

й forza che voi abbiate un grande ingegno. 42

La cagion per l'effetto  manifesta:

Un gran coltel vuole una gran guaina,

E un grand'orinale una gran vesta. 45

Segue da questa un'altra disciplina:

Ch'avendo ingegno e del cervello a iosa,

Bisogna voi abbiate gran dottrina. 48

A me pare un miracolo, una cosa

Che 'n tutti gli animal' mai non trovossi

Cos“ stupenda e s“ maravigliosa; 51

Questa per un miracol contar puossi,

E pur si vede e tutto il giorno avviene,

Che voi ste miglior' quanto pi grossi. 54

Se cos“ fussin fatte le balene

O ceti, i lucci, i buoi, i lionfanti,

So che le cose passerebbon bene. 57

O pesci senza lische, o pesci santi,

Agevoli, gentil', piacevoloni,

Da comperarvi a peso e a contanti! 60

Ma per non far pi lunghi i miei sermoni,

Provar vi possa chi non v'ha provati,

Come voi ste in ogni modo buoni: 63

Caldi, freddi, in tocchetto e marinati.


(5)

^ In lode delle anguille


S'io avessi le lingue a mille a mille,

E fussi tutto bocca, labra e denti,

Io non direi le lodi dell'anguille; 3

Nolle direbbon tutti i miei parenti,

Che son, che sono stati, e che saranno,

Dico i futuri, i passati e' presenti; 6

Quei che sono oggi vivi nolle sanno,

Quei che son morti noll'hanno sapute,

Quei c'hanno a esser nolle saperranno. 9

L'anguille non son troppo conosciute;

E sarebbon chiamate un nuovo pesce

Da un che noll'avesse pi vedute. 12

Vivace bestia che nell'acqua cresce,

E vive in terra e 'n acqua, e 'n acqua e 'n terra,

Entra a sua posta ov'ella vuole, ed esce, 15

Potrebbesi chiamarla Vinciguerra:

Ch'ella sguizza per forza e passa via

Quant'un pi colle man' la stringe e serra. 18

Chi s'intendessi di geometria

Vedrebbe ch'all'anguilla corrisponde

La pi capace figura che sia: 21

Tutte le cose che son lunghe e tonde

Hanno in sŽ stesse pi perfez•one

Che quelle ove altra forma si nasconde. 24

Eccene in pronto la dimostrazione:

Che i buchi tondi e le cerchia e l'anella

Son per le cose di questa ragione. 27

L'anguilla  tutta buona e tutta bella,

E se non dispiacessi alla brigata,

Potria chiamarsi buona roba anch'ella; 30

Ch'ell' morbida, bianca e dilicata,

E anche non  punto dispettosa;

Sentesi al tasto quand'ell' trovata. 33

Sta nella mota il pi del tempo ascosa,

Onde credon alcun' ch'ella si pasca,

E non esca cos“ per ogni cosa, 36

Come esce il barbio e com'esce la lasca,

Et escon bene spesso anche i ranocchi,

E gli altri pesci c'hanno della frasca. 39

Quest' perch'ella  savia e apre gli occhi,

Ha gravitˆ di capo e di cervello,

Sa fare i fatti suoi me' che gli sciocchi. 42

Credo che se l'anguilla fussi uccello,

E mantenessi questa condizione,

Sarebbe proprio una fatica avello; 45

Perch'ella fugge la conversazione,

E pur con gli altri pesci non s'impaccia,

Sta solitaria e tien riputazione. 48

Pur poi che 'l capo a qualcuna si stiaccia

Fra tanti affanni, Dio le benedica,

E a loro e a noi buon pro ci faccia. 51

Sia benedetto ci˜ che le nutrica,

Fiumi, fossati, pozzi, fonti e laghi,

E chiunque dura a pigliarle fatica. 54

E tutti quei che son del pescar vaghi,

Dio gli mantenga sempre mai gagliardi,

E per me del lor merito gli paghi. 57

Benedetto sia tu, Matteo Lombardi,

Che pigli queste anguille e dˆ'le a noi;

Cristo ti leghi, e sant'Anton ti guardi, 60

Che guarda i porci, le pecore e' buoi;

Dieti senza principio e senza fine

Ch'abbi da lavorar quanto tu vuoi; 63

E tiri a sŽ tre delle tue bambine,

O veramente faccia lor la dota,

E or l'allievi ch'elle son piccine; 66

E i pegni dalla corte ti riscuota,

Disobblighiti i tuoi mallevadori,

E caviti del fango e della mota, 69

Acci˜ che tu attenda ai tuoi lavori,

E non senta mai pi doglie nŽ pene;

Paghiti i birri, accordi i creditori, 72

E facciati in effetto un uom dabbene.


(6)

^ In lode dei cardi


Poi ch'io ho detto di Matteo Lombardi,

Dei ghiozzi, dell'anguille e di Nardino,

Io vo' dir qualche cosa anche de' cardi, 3

Che son quasi miglior' che 'l pane e 'l vino;

E s'io avessi a dirlo daddovero,

Direi di s“ per manco d'un quattrino, 6

E anche mi parrebbe dire il vero;

Ma la brigata poi non me lo crede,

E fammi anch'ella rinnegar san Piero: 9

Ben che pure alla fin, quand'ella vede

Che i cardi son s“ bene adoperati,

Le torna la speranza nella fede, 12

E dice: "O terque quaterque beati

Quei che credono altrui senza vedere!"

Come dicon le prediche dei frati. 15

Non ti faccia, villano, Iddio sapere,

Cio che tu non possa mai gustare

Cardi, carciofi, psche, anguille e pere. 18

Io non dico dei cardi da cardare

(Che voi non intendessi qualche baia),

Dico di quei che son buoni a mangiare; 21

Che se ne pianta l'anno le migliaia,

E attendonvi appunto i contadini

Quando e' non hanno pi faccende all'aia. 24

Fannogli anche a lor mano i cittadini;

E sono oggi venuti in tanto prezzo

Che se ne cava di molti quattrini. 27

Dispiacciono a qualcun che non  avvezzo;

Come suol dispiacere il cav•ale,

Che par s“ schifa cosa per un pezzo. 30

Pur nondimanco io ho veduto tale

Che, come vi s'avvezza punto punto,

Gli mangia senza pepe e senza sale; 33

Senza che sien cos“ trinciati appunto,

Vi dˆ nŽ pi nŽ men dentro di morso,

Come se fussi un pezzo di pane unto. 36

A chi piaccion le foglie e a chi 'l torso;

Ma questo  poi secondo gli appetiti:

Ognuno ha 'l suo giudizio e 'l suo discorso. 39

Costoro usan di dargli nei conviti,

Dietro, fra le castagne e fra le mele,

Di poi che gli altri cibi son forniti. 42

Mangionsi sempre al lume di candele,

Cio volevo dir mangionsi il verno,

E si comincia fatto san Michele. 45

Bisogna aver con essi un buon falerno,

O un qualch'altro vin di condizione,

Come sa proveder chi ha governo. 48

Chi vuol cavare i cardi di stagione,

Sarebbe proprio come se volesse

Metter un legno su per un bastone; 51

E se fussi qualcun che gli cocesse,

E volessi mangiarli in vari modi,

Ditegli che non sa mezze le messe. 54

I cardi vogliono esser grossi e sodi,

Ma non per˜ s“ sodi che sien duri,

A voler che la gente se ne lodi; 57

Non voglion esser troppo ben maturi,

Anzi pi presto alquanto giovanetti,

Altrimenti non son molto sicuri; 60

Sopra tutto bisogna che sien netti;

E se son messi per la buona via,

Causano infiniti buoni effetti: 63

Fanno svegliare altrui la fantasia,

Alzan la mente agli uomini ingegnosi

Dietro a' segreti dell'astrologia. 66

Quanto pi stanno sotto terra ascosi,

Dove gli altri cotal' diventon vecchi,

Questi diventon begli e rigogliosi. 69

Non so quel che mi dir di quegli stecchi

Ch'egli hanno; ma, secondo il parer mio,

Si posson comportar cos“ parecchi: 72

PerchŽ, poi che gli ha fatti loro Iddio,

Che fa le corna e l'unghie agli animali,

Convien ch'io abbia pac•enza anch'io; 75

Pur che non sien per˜ di quei bestiali,

Che come gli spunzoni stanno interi,

Tanto che passerebbon gli stivali. 78

O Anton Calzavacca dispensieri,

Che sei or diventato spenditore,

Compraci questi cardi volentieri; 81

Non ti pigliar cos“ le cose a cuore,

Attendi a spender, se tu hai danari;

Del resto poi provederrˆ il Signore. 84

Se i cardi ti paressin troppo cari,

Non gli lasciar, perchŽ non  onesto

Che patischino i ghiotti per gli avari: 87

Lascia pi presto star l'olio e l'agresto,

Il pane, il vin, la carne, il sale e 'l lardo;

Cacciati dietro tutto quanto il resto, 90

E per l'amor di Dio dacci del cardo.


(7)

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