Vittoria colonna icon

Vittoria colonna



НазваниеVittoria colonna
страница5/14
Дата конвертации29.05.2012
Размер1.37 Mb.
ТипДокументы
1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   14

25


Quel bel ginepro, cui d’intorno cinge

irato vento, nй per ciт le foglie

sparge nй disunisce, anzi raccoglie

la cima i rami, e poi se stesso stringe,

l’animo stabil mio, Donna, dipinge,

combattuto ad ognor, ma, se discioglie

Fortuna l’ira, ei la raffrena e toglie

sol vincendo il dolor che la sospinge

con chiudersi e coprir ne’ gran pensieri

del Sol amato, nel cui lume, involta

da l’aspra guerra, altera l’alma riede.

A quell’arbor Natura insegna a’ fieri

nimici contrastare, e a me la molta

ragion vuol che nel mal cresca la fede.


26


Spent’il mio chiaro Sol, tenebre nove

manda ogni giorno al cor l’empia nimica

che del mio mal le voglie sue nudrica,

ma dal primo voler le mie non move.

Dal basso segno omai non volge altrove

per me l’instabil rota, e s’affatica

tirarla al centro, e ’n Ciel stella sм amica

non sent’io che s’opponga a le sue prove.

Sol mi ricopro e chiudo entro ’l pensero

del lume mio, tal che riparo e schermo

quel stesso porge, onde la guerra nasce.

Ei fece al suo sparir lo spirto infermo

contra i colpi mortali, ed ei lo pasce

dal Ciel pietoso col suo cibo vero.


27


Quanto piщ arroge a le mie antiche pene

Fortuna affanni io da l’usato pianto

piщ vigor prendo ognora, e puт ben tanto

l’alta cagion ch’a forza mi sostiene.

E se ne’ miei sospir d’empie sirene

soave ascolto e periglioso canto

mi consola e diletta, e questo и quanto

sperar poss’io dal tristo mondo bene,

chй come quelli a cui fin da le fasce

il velen cibo и stato, e la sua vita

di quel nudrica che tutt’altri offende,

cosм il mio cor di foco ancor si pasce

tant’anni, e di dolor, col qual s’aita

e contra ogn’altro mal per schermo il prende.


28


Tralucer dentro al mortal vel consparte,

quasi lampe cui serra un chiaro vetro,

mille luci vid’io, ma non mi spetro

dal mondo sм ch’io le dipinga in carte.

Amor ne l’alma accesa a parte a parte

vere l’impresse giа molti anni a dietro,

onde ei spinge il desio ed io m’arretro

da l’opra ch’ogni ardir da sй disparte.

E s’avien pur ch’io ombreggi un picciol raggio

del mio gran Sol, da lacrime e sospiri

quasi da pioggia o nebbia appar velato.


S’in amarlo fu audace, in tacer saggio

sia almeno il cor, ch’omai sdegna il beato

spirto che mortal lingua a tanto aspiri.


29


Sperai che ’l tempo i caldi alti desiri

temprasse alquanto, o dal mortale affanno

fosse il cor vinto sм che ’l settimo anno

non s’udisser sм lungi i miei sospiri;

ma perchй il mal s’avanzi o perchй giri

senza intervallo il sole, ancor non fanno

piщ vile il core o men gravoso il danno,

chй ’l mio duol sprezza il tempo ed io i martiri.

D’arder sempre piangendo non mi doglio;

forse avrт di fedele il titol vero,

caro a me sovr’ogn’altro eterno onore.

Non cangerт la fe’ nй questo scoglio

ch’al mio Sol piacque, ove fornire spero

come le dolci giа quest’amare ore.


30


Il parlar saggio, e quel bel lume ardente

che nй morte nй tempo avaro ammorza,

onde s’accese e armт di tanta forza

il mio cor, quant’ha poi mostro sovente,

ascolto sempre, e veggio ognor presente,

chй non me ’l vieta la terrena scorza,

la qual, e spesso, di poter ne sforza

a sciorre e alzar sovra di lei la mente.

Celeste luce ed armonia soave,

ch’a men chiaro splendor, men dolce suono,

gli occhi e l’orecchie m’han velati e chiuse;

l’esser meco talor non ti sia grave,

spirto beato, che qui in terra sono

u’ le tue glorie son larghe e diffuse.


31


S’io non dipingo in carte il sovra umano

del roman nostro padre almo valore

intenta caritа, pietoso amore,

fa mancar il pensier, cader la mano.

Poscia le glorie sue l’umil e piano

mio stil non giunge al casto amico ardore;

richiama l’alma accesa i giorni, e l’ore

vuol ch’io consumi lacrimando invano.

Toglie a l’amato Sol la luce altera

il canto mio, ma l’amorosa forza

contra ragion la cieca voglia spinge;

diversa passion per l’un rinforza

e per l’altro ’l desio raffrena e stringe,

ma questa e quella fiamma io serbo intera.


32


Quando piщ stringe il cor la fiamma ardente

corro a l’alme faville ond’esce il foco;

ivi piщ ognor m’accendo, ivi m’alloco

e per sм dolce ardor l’alma il consente.

D’appressarsi al suo mal rimedio sente,

sprezza il martir per apprezzar il loco,

a la cagion si volge, e prende in gioco

il grave duol de l’affannata mente.

Nasce dal vivo lume un raggio tale

che di ricca speranza ognor m’adorna,

e poi mia fede un lieto fin predice.

Chi non adora un valor senza equale?

Chi non contempla un Sol che sempre aggiorna?

Chi non ammira sм nova fenice?


33


Se l’empia invidia asconder pensa al vostro

lume, mio Sol, un raggio, alora alora

di sette altri maggior v’adorna e onora,

quasi Idra bella, nova al secol nostro,

con chiare voci e con purgato inchiostro

ogni spirto gentil, finchй l’aurora,

ov’il sol cade, il lume eterno adora

com’idol sacro o divin raro mostro;

e quel cieco voler, che non intende

l’altera luce, u’ piщ celar la crede

piщ la discopre, e se medesmo offende.

L’occhio a l’obietto bel conforme il vede

sempre piщ chiaro, onde per voi s’accende

a virtщ il buono, il suo contrario cede.


34


Se per salir a l’alta e vera luce

dai bassi ombrosi e falsi sentier nostri

и ver, Amor, che la strada erta mostri

di virtщ che lа su ne riconduce,

so ben che ’l vostro lume ivi riluce,

dolce mia fiamma, ch’ai bei desir vostri

fu, mentre schivi andar per questi chiostri

terreni, ardor divin sol guida e duce.

Se d’ambrosia e di nettar larga mensa

dona ai suoi cari eletti il sommo Giove,

e chi piщ l’ama qui piщ onora in Cielo,

quante lodi e dolcezze in voi dispensa

eterne, e sempre nel diletto nove,

la giusta man col santo ardente zelo!


35


Quel Sol, che m’arde ancor, spesso vid’io

di sua propria virtute schermo farsi

contra Fortuna, e ne l’alta ritrarsi

e faticosa torre al tempo rio,

e, del solo d’onor caldo desio,

sicuro da le insidie ascose, armarsi,

e, ne’ perigli di consiglio scarsi,

se stesso e ogni timor porre in oblio.

Morte mi tolse e la mia cruda stella

il vederlo, di giusto sdegno acceso,

cacciar la fera gente a Dio rubella;

grave era ben, ma degno un tanto peso

di lui, ch’a sм pregiata gloria e bella

ebbe sempre l’altero animo inteso.


36


Di lacrime e di foco nudrir l’alma,

con secca speme rinverdir la voglia,

legar di novo il cor quando discioglia

sdegno maggior la vista altera ed alma,

m’insegna Amor, e agevolar la salma

mentre piщ alto il bel pensier m’invoglia,

e nel dolce cader scemar la doglia,

perch’abbia altrui del mio languir la palma.

Soave cibo mi и il pianto e l’ardore,

le perdute speranze un giusto freno

ch’indietro volge il giа corso desire.

Il tormento m’apporta largo onore,

chй, per virtщ del bel lume sereno,

di par a la mercй piace il martire.


37


Dove sono ora le mie fide scorte,

e dove tengon volti i chiari rai?

Vedrт quel dм ch’io le riveggia mai,

chй non si puт patir sм lunga morte?

Quando con dolci accenti quelle accorte

parole mi diranno: «Or vivi; omai

asciuga ’l pianto, ch’hai tu pianto assai;

ecco ’l tuo Sol, che ’l Ciel t’ha dato ’n sorte!»?

E quando quella man sм desiata

potrт basciar, contandole piщ d’una

volta la pena mia, che ogn’altra avanza?

Oh me felice! e piщ ch’altra beata

se non s’opponerа l’empia Fortuna

a sм caldo desio pien di speranza!


38


Sovra del mio mortal, leggiera e sola,

aprendo intorno l’aere spesso e nero,

con l’ali del desio l’alma a quel vero

Sol, che piщ l’arde ognor, sovente vola,

e lа su ne la sua divina scola

impara cose ond’io non temo o spero

che ’l mondo toglia o doni, e lo stral fero

di morte sprezzo, e ciт che ’l tempo invola,

chй ’n me dal chiaro largo e vivo fonte

ov’ei si sazia tal dolcezza stilla

che ’l mel m’и poi via piщ ch’assenzio amaro,

e le mie pene a lui noiose e conte

acqueta alor che con un lampo chiaro

di pietade e d’amor tutto sfavilla.


39


Mosso d’alta pietа non move tardo

il Sol che seco in Ciel mi ricongiunge,

ma viene ognor piщ lieto, e sempre giunge

al maggior uopo, ond’io pur vivo ed ardo.

Quant’egli puт dal primo acuto dardo

risana il cor, e con piщ saldo il punge

ora che, col pensier fido, da lunge

a quel ch’esser solea felice il guardo.

Gli occhi che Morte mi nasconde e cela,

ond’uscio ’l foco ch’ancor l’alma accende,

fur chiari specchi in terra al viver mio;

or quel raggio che ’l Ciel non mi contende

mi mostra ove drizzar convien la vela

per questo mar del nostro secol rio.


40


S’и ver, com’egli dice, ch’io sospinta

d’alto infinito ardor viva di fede

sм, che lo spirto, alor che troppo excede,

lascia basso la carne inferma e vinta,

com’esser puт che essendo intorno cinta

del bel raggio immortal, che ogni ombra vede,

non scorga questo error, sei pur non crede

esser la luce in me morta o dipinta?

Ma s’ella и viva io so che con soave

voce lo sposo chiama, e vuol s’aspetti

opra e valor qui d’arte e di natura,

ond’a quei ch’hanno in lui di me la cura

di fuor la lascio, e dentro i puri affetti

volgo al Signor ch’ha del mio cor la chiave.


41


И sм giusto il pensier che mi tormenta

che m’и grato il morir per tal cagione;

fa li sensi subietti a la ragione

e scaccia ogni altro che d’entrar vi tenta.

Quindi nasce il dolor che mi contenta

in amar libertа, dolce prigione,

in gentil foco che in nulla stagione

ne fia mai dramma o una scintilla spenta.

Nй Fortuna potrа, nй Tempo o Morte,

nй loco far ch’io cambi altro pensero,

onde scorgo del Ciel la vera strada,

chй i raggi del mio Sol m’apron le porte.

Veggio del Gran Motore il lume vero,

onde convien ch’al mondo altera io vada.


42


Principio e fin de la mia fiamma eterna,

che, con mirabil forza e celest’arte,

arde del cor la piщ secreta parte

senza toccar di me quest’altra externa,

fa’ che per grazia omai senta e discerna

che ’l chiaro vivo ardor da me non parte,

nй puote il senso raffreddarlo in parte

se divina ragion l’accende e interna.

Devrebben star pur sempre i pensier fissi

nel foco bel che ne consuma e accende

per rinovarne in piщ sicura vita;

ma di quel vero ben non vede o intende

una sol stilla di infiniti abissi

quella mente del Ciel qui piщ gradita.


43


Assai lungi a provar nel petto il gielo

di noiosi pensier ch’apportan gli anni

alora er’io, chй ’n tenebre ed affanni

mi lasciasti, o mio Sol, tornando al Cielo.

Indegna forse fui del caldo zelo

onde tu acceso apristi altero i vanni

infiammarmi a schivar l’ire e gli inganni

del mondo e sprezzar teco il mortal velo.

Tu volasti leggier; io sotto l’ali

che tu spiegavi avrei ben preso ardire

salir con te lontana ai nostri mali.

Lassa! ch’io non fui teco al tuo partire,

e le mie forze senza te son tali

ch’or mi si toglie il viver e ’l morire.


44


Mentr’io qui vissi in voi, lume beato,

e meco voi, vostra mercede, unita

teneste l’alma, era la nostra vita

morta in noi stessi e viva ne l’amato.

Poi che per l’alto e divin vostro stato

non son piщ a tanto ben qua giщ gradita

non manchi al cor fedel la vostra aita

contra ’l mondo vиr noi nimico armato.

Sgombri le spesse nebbie d’ogn’intorno

sм ch’io provi al volar spedite l’ali

nel giа preso da voi dextro sentero;

vostro onor fia ch’io chiuda a’ piacer frali

gli occhi in questo mortal fallace giorno

per aprirli ne l’altro eterno e vero.


45


Quand’io scorgo, dubbiosa, il fango e l’ombra

del cieco mondo, e i lacci, e quel possente

van desir d’alto acquisto che sovente

sotto falso piacer d’error n’ingombra,

io mi rivolgo al bel pensier ch’adombra

la cara effigie entro l’accesa mente,

tal ch’al cor la riporta, onde l’ardente

raggio d’ogni timor tosto il disgombra.

Vien lieto al gran bisogno, e pone in bando

quant’ignoranza sм folle vaghezza

forse avea posto a men saldi penseri;

ond’io m’onor felicemente amando

lo spirto alter, che con soave asprezza

fuga i falsi piacer mostrando i veri.


46


Mossa d’alta cagion, foco mio raro,

mentr’io qua giuso in voi mirava spesso,

avrei voluto lo mio spirto istesso

nel vostro trasformar, piщ d’altri chiaro.

Quel divin, ch’or in sй chiude l’avaro

Ciel, tenea l’alma mia sol dentro impresso;

nй il bel di fuor, ch’agli occhi fu piщ a presso,

a lei del vero accesa era sм caro.

Ond’io, tremando e ardendo, i dolci rai

seguia piщ lieta, ognor me stessa e ’l mondo

sprezzando come cose inferme e frali.

Ben prese il mio terrestre e grave pondo

da quel celeste ardor sм leggiere ali

ch’io non cadrт senza levarmi omai.


47


Audace mio pensier, mentre presenti

sempre l’imagin bella, il corso frena

sм che maggior desir con nova pena

nel piщ bel stato mio non mi tormenti.

Ivi lieto ti ferma, e sol consenti

che da la luce angelica serena

sia di tanto valor l’alma ripiena

che del futuro mal non si sgomenti.

Mentre dura ’l piacer la ingorda voglia

cessi, chй quando il bel lume si asconde

per l’uno e l’altro mal cresce l’affanno,

e se ’l breve riposo non mi spoglia

di prime pene non avran seconde,

ch’a sм poca virtщ soverchio и ’l danno.


48


Dal soverchio desio nasce la tema,

e fa che l’alma in un gioisca e gema.

Sente l’ardor che ’l miser core offende

quando dal suo imperfetto

il sublime valor non si comprende.

Ma poi che ’l lume irradia l’intelletto,

il mal fugge e la noia,

e sol m’apporta gioia,

e fa l’altezza del mio bel pensero

il falso falso e ’l ver piщ che mai vero.


49


M’arde ed aghiaccia Amor, lega ed impiaga;

or foco, or neve, or laccio, or stral m’offende,

ma gli occhi, il petto, il crine la mi prende

con modo tal che d’ogni mal m’appaga.

Anzi, fa che non sia mortal la piaga,

che ’l foco non consumi onde s’accende

il nodo, i membri ancor fratti non rende,

che pur del freddo umor sia l’alma vaga.

E sм dolce и l’incendio, e grato il ghiaccio,

i legami soavi, il dardo ameno,

che giova piaga, ardor, prigion e gielo;

ond’io felice avolta al vago laccio

gelido, vulnerato e d’ardor pieno,

ringrazio il Fato, Amor, Natura, il Cielo.


50


Come superba suol fiamma sovente

correr licenziosa, ond’in brev’ora

quanto s’adopra a spegnerla divora,

tal che del suo rimedio altri si pente,

cosм dal foco mio chiaro ed ardente

ove l’alma si strugge, ove s’onora,

quante lacrime il cor li manda ognora

contra se stesso consumar le sente.

Nй solo il pianto si risolve in danno,

ma quanti io formo liberi penseri

nel servo mio desio converte Amore,

e quasi infermo ch’omai si disperi,

che attende al cibo e pur manca il vigore,

contra la mia salute anch’io m’affanno.


51


Fuor di me tutto in quello entra il mio core

dove questi occhi miei li aprir la via,

e quando dal mio seno egli giа uscia

alto gridai: «Dove il conduci, Amore?».

Egli, con volo audace: «Al proprio errore»,

rispose; «quel ch’io custodir solia

con tanta forza e tanta gelosia

che non ha piщ di ritornar valore».

Niun soccorso a me vien da mia ragione;

ella contra d’Amor si trova imbelle,

e a’ suoi consigli il mio furor s’oppone.

Quinci non spero piщ d’uscir di quelle

torte e dubbiose vie ch’Amor compone,

e so che l’error mio forza и di stelle.


52


Occhi, piangiamo tanto

che voi perdiate il lume ed io il timore

di non veder piщ mai luce minore,

che se basta mio ardir, vostro vigore,

a penetrar il Cielo,

sdegnar debbiamo ogni altra vista in terra,

e con l’imagin bella sculta al core,

scarca d’ogni altro zelo,

contempliamo il valor ch’ivi si serra,

e avrem per breve guerra

eterna pace; a lei debito onore

darem fuggendo d’Atteon l’errore.


^ RIME SPIRITUALI


1


Poi che ’l mio casto amor gran tempo tenne

l’alma di fama accesa, ed ella un angue

in sen nudrio, per cui dolente or langue

volta al Signor, onde il rimedio venne,

i santi chiodi omai sieno mie penne,

e puro inchiostro il prezioso sangue,

vergata carta il sacro corpo exangue,

sм ch’io scriva per me quel ch’Ei sostenne.

Chiamar qui non convien Parnaso o Delo,

ch’ad altra acqua s’aspira, ad altro monte

si poggia, u’ piede uman per sй non sale;

quel Sol ch’alluma gli elementi e ’l Cielo

prego, ch’aprendo il Suo lucido fonte

mi porga umor a la gran sete equale.


2


L’alto Signor, del cui valor congionte

tien due varie nature un sol subietto,

prego che sia il mio Apollo, e gli occhi e ’l petto

mi bagni omai del Suo celeste fonte,

sм che scopra altre muse ed altro monte

la vera fede al mio basso intelletto,

e spiri l’aura sacra altro concetto

che renda al cor l’eterne grazie conte.

Non cerco ornar le tempie mie d’alloro,

nй con Icaro alzarmi, onde poi d’alto

abbia a cader nel mio morir secondo;

spero viver mai sempre e d’altro ch’oro

aver corona se con leggier salto

saprт in tutto fuggir dal falso mondo.


3


Parrа forse ad alcun che non ben sano

sia il mio parlar di quelle eterne cose

tanto a l’occhio mortal lontane, ascose,

che son sovra l’ingegno e corso umano.

Non han, credo, costor guardato al piano

de l’umiltate, e quante ella pompose

spoglie riporti, e che de le ventose

glorie del mondo ha l’uom diletto invano.

La fe’ mostra al desio gli eterni e grandi

oblighi che mi stanno in mille modi

altamente scolpiti in mezzo ’l core;

Lui, che sol il puт far, prego che mandi

virtщ che scioglia e spezzi i duri nodi

a la mia lingua, onde Li renda onore.

1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   14



Похожие:

Vittoria colonna iconVittoria colonna

Разместите кнопку на своём сайте:
Документы


База данных защищена авторским правом ©podelise.ru 2000-2014
При копировании материала обязательно указание активной ссылки открытой для индексации.
обратиться к администрации
Документы

Разработка сайта — Веб студия Адаманов