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Dialogo di messer pietro aretino



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PIETRO ARETINO


DIALOGO


Edizione di riferimento:

Pietro Aretino, Ragionamento e Dialogo, a cura di P. Procaccioli, Milano, Garzanti, 1984.



DIALOGO

DI MESSER PIETRO ARETINO

NEL QUALE LA NANNA IL PRIMO GIORNO

INSEGNA A LA PIPPA SUA FIGLIUOLA

A ESSER PUTTANA,

NEL SECONDO GLI CONTA I TRADIMENTI

CHE FANNO GLI UOMINI

A LE MESCHINE CHE GLI CREDANO,

NEL TERZO E ULTIMO

LA NANNA E LA PIPPA SEDENDO NE L’ORTO

ASCOLTANO LA COMARE E LA BALIA

CHE RAGIONANO DE LA RUFFIANIA.


AL GENTILE E ONORATO MESSER BERNARDO VALDAURA, REALE ESSEMPIO DI CORTESIA, PIETRO ARETINO.


Certamente se il mio animo, il quale и con voi quasi sempre, non mi vi rammentava, io era a peggior partito che non sono i vizi cтlti in uggio da lo odio che in eterno gli portarа quella libertа di natura concessami da le stelle: perchй, sendo io tenuto di molto obligo con una schiera di mezzi iddii non sapeva a chi mi intitolare la istoria che io vi intitolo. S’io la dedicava al re di Francia, ingiuriava quel dei Romani. Offerendola al gran genero di Cesare e gran duca di Fiorenza, lume di giustizia e di continenzia, mi dimostrava ingrato a la somma bontа di Ferrara. Volgendola al magno Antonio da Leva, che averia detto di me l’ottima eccellenzia di Mantova e l’onorato marchese del Vasto? Porgendola al buon prencipe di Salerno, dispiaceva al fedel conte Massimiano Stampa. Se io la indrizzava a don Lopes Soria, con qual fronte mi rivolgeva io dintorno al conte Guido Rangone e al signor Luigi Gonzaga suo cognato, le cui qualitа onorano tanto l’armi e le lettere quanto l’armi e le lettere onorano lui? Se io la presentava a Loreno, chi mi assicurava de la grazia di Trento? Che sodisfazione dava io a Claudio Rangone, lampa di gloria, colocandola nel signor Livio Liviano, o nel generoso cavalier da Legge? Come trattava io l’ottimo signor Diomede Caraffa e il mio signor Giambattista Castaldo, a la gentilezza del quale tanto debbo, caso che io ne avesse ornato qualcuno altro? Ma lo apparirmi voi ne la mente и stato cagione che io vi porgo i presenti ragionamenti: e ben lo meritano le condizioni le quali vi fanno risplendere come ne le loro risplendono i miei benefattori. E se io vi teneva in fantasia quando consacrai tre giorni dei Capricci al Bagattino, per avere egli la qualitа dei gran maestri (che io odio per grazia de la loro avarizia), uscivano forse in campo a nome vostro: solo per aver voi di quelle parti le quali hanno i grandi uomini che io per lor vertщ adoro; e sиte mercatante nel procacciare e re nel dispensare, nй senza quale vi congiugneste di carnal benivolenzia col tanto animoso quanto infelice Marco di Nicolт.
E vergogninsi i monarchi terreni: non parlo del saggio e valoroso duca Francesco Maria, ai meriti del quale mi inchino mattina e sera, ma di quelli che lasciano le lodi che se gli solevano dare e i libri che si imprimevano a nome loro, non pure a privati gentiluomini, ma a le scimie ancora; e merita di sedere a la destra de le Croniche del Iovio l’atto del Molza e del Tolomeo, i quali fecero recitare una lor comedia a tutti gli staffieri e a tutti i famigli di stalla di Medici magnanima memoria, facendo star di fuora tutte le gran gentaglie. E per dirvi, Omero nel formare Ulisse non lo imbellettт con la varietа de le scienze, ma lo fece conoscitore dei costumi de le genti. E perciт io mi sforzo di ritrarre le nature altrui con la vivacitа che il mirabile Tiziano ritrae questo e quel volto; e perchй i buoni pittori apprezzano molto un bel groppo di figure abozzate, lascio stampare le mie cose cosм fatte, nй mi curo punto di miniar parole: perchй la fatica sta nel disegno, e se bene i colori son belli da per sй, non fanno che i cartocci loro non sieno cartocci; e tutto и ciancia, eccetto il far presto e del suo. Eccovi lа i Salmi, eccovi la Istoria di Cristo, eccovi le Comedie, eccovi il Dialogo, eccovi i volumi divoti e allegri, secondo i subietti; e ho partorito ogni opera quasi in un dм: e perchй si fornisca di vedere ciт che sa far la dote che si ha ne le fasce, tosto udiransi i furori de l’armi e le passioni d’amore, che io doveria lasciar di cantare per descrivere i gesti di quel Carlo Augusto che inalza piщ gli uomini a consentire che se gli dica uomo, che non abbassa gli dиi a non sopportare che se gli dica iddio. E quando io non fosse degno di onor veruno mercй de le invenzioni con le quali do l’anima a lo stile, merito pur qualche poco di gloria per avere spinto la veritа ne le camere e ne le orecchie dei potenti a onta de la adulazione e de la menzogna; e per non difraudare il mio grado, usarт le parole istesse del singulare messer Gian Iacopo imbasciadore d’Urbino: “Noi che spendiamo il tempo nei servigi dei prencipi, insieme con ogni uomo di corte e con ciascun vertuoso, siamo riguardati e riconosciuti dai nostri padroni bontа dei gastighi che gli ha dati la penna di Pietro”. E lo sa Milano come cadde de la sacra bocca di colui che in pochi mesi mi ha arricchito di due coppe d’oro: “L’Aretino и piщ necessario a la vita umana che le predicazioni; e che sia il vero, esse pongano in su le dritte strade le persone semplici, e i suoi scritti le signorili”; e il mio non и vanto, ma un modo di procedere per sostener se medesimo osservato da Enea dove non era conosciuto. E per conchiuderla, accettate il dono che io vi faccio, con quel core che io ve lo appresento; e in premio di ciт, fate riverenza a don Pedro di Toledo, marchese di Villa Franca e vecerй di Napoli, in mio nome.


^ [PRIMA GIORNATA]


IN QUESTA PRIMA GIORNATA DEL DIALOGO DI MESSER PIETRO ARETINO LA NANNA INSEGNA A LA SUA FIGLIUOLA PIPPA L’ARTE PUTTANESCA.


NANNA. Che collera, che stizza, che rabbia, che smania, che batticuore e che sfinimento e che senepe и cotesta tua, fastidiosetta che tu sei?

PIPPA. Egli mi monta la mosca, perchй non mi volete far cortigiana come vi ha consigliata monna Antonia mia santola.

NANNA. Altro che terza bisogna per desinare.

PIPPA. Voi sиte una matrigna, uh, uh...

NANNA. Piagni su, bambolina mia.

PIPPA. Io piagnerт per certo.

NANNA. Pon giuso la superbia, ponla giuso dico: perchй se non muti vezzi, Pippa, se non gli muti, non arai mai brache al culo; perchй oggidм и tanta la copia de le puttane, che chi non fa miracoli col saperci vivere non accozza mai la cena con la merenda; e non basta lo esser buona robba, aver begli occhi, le trecce bionde: arte o sorte ne cava la macchia, le altre cose son bubbole.

PIPPA. Sм dite voi.

NANNA. Cosм и, Pippa; ma se farai a mio senno, se aprirai ben le orecchie ai miei ricordi, beata te, beata te, beata te.

PIPPA. Se vi spacciate a farmi signora, io le aprirт a fatto a fine.

NANNA. Caso che tu voglia ascoltarmi e lasciar di baloccare ad ogni pelo che vola, avendo il capo ai grilli come usi di fare mentre io ti rammento il tuo utile, ti stragiuro per questi paternostri che io mastico tuttavia, che fra XV dм a la piщ lunga ti metto a mano.

PIPPA. Dio il volesse, mamma.

NANNA. Vogli pur tu.

PIPPA. Io voglio, mammina cara, mammina d’oro.

NANNA. Se tu vuoi, anche io voglio; e sappi figliuola, che son piщ che certa del tuo diventar maggiore di qual sia mai suta favorita di papi, e ti veggo al Cielo: e perciт bada a me.

PIPPA. Ecco che io ci bado.

NANNA. Pippa, se bene ti faccio tener da la gente di XVI anni, tu ne hai XX netti e schietti, e nascesti poco doppo al roinare del conchiavi di Leone; e quando per tutta Roma si gridava “palle, palle”, io raitava “oimи, oimи”: e appunto si appiccavano l’armi dei Medici su la porta di San Pietro quando io ti feci.

PIPPA. E perciт non mi tenete piщ a vendemiar nebbia: che mi dice Sandra mia cugina che si usano di XI e di XII per tutto il mondo, e che l’altre non hanno credito.

NANNA. Non tel nego, ma tu non ne mostri XIV. E per tornare a me, dico che tu mi attenda senza trasognare, e fа conto che io sia il maestro e tu il fanciullo che impara a compitare; anzi pensati che io sia il predicatore e tu il cristiano: ma se vuoi esser il fanciullo, ascoltami come fa egli quando ha paura di non andare a cavallo; se vuoi essere il cristiano, fa pensiero di odirmi nel modo che ode la predica colui che non vuole andare a casa maladetta.

PIPPA. Cosм faccio.

NANNA. Figlia, coloro che gittano la robba, l’onore, il tempo e se stessi dirieto a le bagasce, si lamentano sempre del poco cervello di questa e di quella non altrimenti che il loro esser pazze gli roinasse; e non si avvedendo che le fanfalughe che hanno in capo sono la lor ventura, le vituperano e le minacciano. Onde io delibero che il tuo esser savia gli faccia toccar con mano che guai ai meschini che ci incappano, se le puttane non fosser ladre, traditore, ribalde, cervelline, asine, trascurate, manigolde, da poche, briache, lorde, ignoranti, villane e il diavolo e peggio.

PIPPA. Perchй, voi?

NANNA. Perchй s’elle avessero tanta bontа quanta hanno malizia, la gente che pure a la fine и ralluminata dai tradimenti e da le assassinarie che si veggano fare di dм e di notte, doppo un sopportare di sei, sette e dieci anni, cacciatele a le forche, hanno piщ piacere di vederle stentare che non ebbero dispiacere di vedersi sempre rubar da loro: e non и altro il morirsi di fame di qualunche si sia, mentre saziano di se stesse la lebbra, il cancaro e il mal francioso che le scanna, che il non esser mai state una ora in proposito.

PIPPA. Io comincio a intenderla.

NANNA. Odimi pure e ficcati nel capo le mie pмstole e i miei vangeli, i quali ti chiariscano in due parole dicendoti: se un dottore, un filosofo, un mercatante, un soldato, un frate, un prete, un romito, un signore e un monsignore e un Salamone и fatto parer bestia da le pazzarone, come credi tu che quelle che hanno sale in zucca trattassero i babbioni?

PIPPA. Male gli trattarebbono.

NANNA. E perciт non и il diventar puttana mestiere da sciocche, e io, che il so, non corro a furia col fatto tuo; e bisogna altro che alzarsi i panni e dir “Fа, che io fo”, chi non vuol fallire il dм che apre bottega. E per venir al midollo, egli interverrа, sentendosi che tu sei manomessa, che molti vorranno esser dei primi serviti; e io somigliarт un confessore che riconcili la ciurma, cotanti pissi pissi arт ne le orecchie dagli imbasciadori di questo e di quello, e sempre sarai caparrata da una dozzina: talchй ci verria bene che la stomana avesse piщ dм che non ha il mese; ma eccoti che io sto in su le mie, e rispondo a un servidor di messer tale: “Egli и il vero che Pippa mia ci и stata colta, Iddio sa come (comar vacca, comar ruffiana, io te ne pagarт), e la mia figliuola, piщ pura che un colombo, non ci ha colpa; e da leal Nanna, una volta sola ha consentito, e vorria esser ben barba chi mi recassi a dargnele; ma sua Signoria mi ha incantata di sorte che io non ho lingua che sappia dirgli di no: sм che ella verrа poco doppo l’avemaria”. E tu, in quello che il messo si move per trottare a portar la imbasciata, atraversa un tratto la casa, e fingendo che i capegli te si sleghino, lasciategli cader giщ per le spalle ed entra in camera, alzando tanto il viso che il famiglio ti dia una occhiatina.

PIPPA. Che importa il farlo?

NANNA. Importa che i garzoni sono tutti frappatori e ciurmatori dei lor signori; e giugnendo questo che io dico dinanzi al suo, per furar le grazie ansciando e tutto affannato dirа: “Padrone, io ho tanto fatto, che ho visto la putta: ella ha le trecce che paiano fila d’oro, ha due occhi che ne disgrazio un falcone; una altra cosa: io vi mentovai a posta per vedere che segno faceva udendo di voi; che piщ? ella mi и suta per abbrusciare con un sospiro”.

PIPPA. Che pro’ mi faranno cotali bugie?

NANNA. Ti cacciaranno in grazia di colui che ti desidera facendogli parer mille anni lo aspettarti una ora: e quanti corrivi credi tu che ci sieno, i quali s’innamorano per sentire lodare da le fanti le lor padrone, e vengano in succhio mentre le bugiarde e infingarde le pongano sopra il ciel del forno?

PIPPA. Le fanti ancora sono de la buccia dei servidori?

NANNA. E peggio. Or tu te ne andrai a casa de l’uomo da bene che io ti do per essempio, e io con teco; e subito arrivata a lui, ti verrа incontra o in capo la scala o fino a l’uscio: fermati tutta in su la persona, che potria sgangararsi per la via; e rassettate le membra sul dosso e guardati un tratto sottomano i compagni che ragionevolmente gli staranno poco di lungi, affige umilmente i tuoi occhi nei suoi, e sciorinata che tu hai una profumata riverenzia, sguaina il saluto con quella maniera che sogliono far le spose e le impagliate (disse la Perugina), quando i parenti del marito o i compari gli toccano la mano.

PIPPA. Io diventarт forse rossa a farlo.

NANNA. E io allegra, perchй il belletto che ne le gote de le fanciulle pone la vergogna, cava l’anima altrui.

PIPPA. Basta dunque.

NANNA. Fatte le cerimonie secondo che si richiede, quello col quale tu hai a dormire, la prima cosa te si farа sedere a lato, e nel pigliarti la mano accarezzarа me che, per far correre il volto dei convitati nel tuo viso, terrт sempre fitti gli occhi ne la tua faccia, facendo vista di stupire de le tue bellezze. E cosм cominciarа a dirti: Madonna vostra madre ha ben ragione di adorarvi, perchй le altre fanno donne, ed ella angeli”; e si avviene che dicendo simili parole si chini per basciarti l’occhio o la fronte, rivolgetigli dolcemente e sfodera un sospiretto che appena sia inteso da lui: e si fosse possibile che in cotal atto tu ti facessi le guance del rosato che io dico, lo coceresti al primo.

PIPPA. Sм, eh?

NANNA. Madesм.

PIPPA. La ragione?

NANNA. La ragione и che il sospirare e lo arrossare insieme, sono segni amorosi e un principiar di martello; e perchй ognuno si contiene stando in sul tirato, colui che ha a goderti la seguente notte cominciarа a darsi ad intendere che tu sia guasta di lui: e tanto piщ il crederа quanto piщ lo perseguitarai con gli sguardi; e ragionando tuttavia teco, ti tirarа a poco a poco in un cantone: e con le piщ dolci parole e con le piщ accorte che potrа, entraratti su le ciance. Qui ti bisogna risponder a tempo; e con boce soave sforzati di dire alcuna parola che non pizzichi del chiasso. Intanto la brigata, che si starа giorneando meco, si accostarа a te come bisce che si sdrucciolano su per l’erba; e chi dirа una cosa e chi un’altra, ridendo e motteggiando: e tu in cervello; e tacendo e parlando, fа sм che il favellare e lo star queta paia bello ne la tua bocca; e accadendoti di rivolgerti ora a questo e ora a quell’altro, miragli senza lascivia, guardandogli come guardano i frati le moniche osservantine; e solamente lo amico che ti dа cena e albergo pascerai di sguardi ghiotti e di parole attrattive. E quando tu vuoi ridere, non alzar le boci puttanescamente spalancando la bocca, mostrando ciт che tu hai in gola: ma ridi di modo che niuna fattezza del viso tuo non diventi men bella; anzi accrescile grazia sorridendo e ghignando, e lasciati prima cadere un dente che un detto laido; non giurar per Dio nй per santi, ostinandoti in dire “Egli non fu cosм”, nй ti adirare per cosa che ti si dica da chi ha piacere di pungere le tue pari: perchй una che sta sempre in nozze debbe vestirsi piщ di piacevolezza che di velluto, mostrando del signorile in ogni atto; e ne lo essere chiamata a cena, se bene sarai sempre la prima a lavarti le mani e andare a tavola, fattelo dire piщ d’una volta: perchй se ringrandisce ne lo umiliarsi.

PIPPA. Lo farт.

NANNA. E venendo la insalata, non te le avventare come le vacche al fieno: ma fа i boccon piccin piccini, e senza ungerti appena le dita pуntigli in bocca; la quale non chinarai, pigliando le vivande, fino in sul piatto come talor veggo fare ad alcuna poltrona: ma statti in maestа, stendendo la mano galantemente; e chiedendo da bere, accennalo con la testa; e se le guastade sono in tavola, tтtene da te stessa; e non empire il bicchiere fino a l’orlo, ma passa il mezzo di poco: e ponendoci le labbra con grazia, nol ber mai tutto.

PIPPA. E s’io avessi gran sete?

NANNA. Medesimamente beene poco, acciт che non te si levi un nome di golosa e di briaca. E non masticare il pasto a bocca aperta, biasciando fastidiosamente e sporcamente: ma con un modo che appena paia che tu mangi; e mentre ceni favella men che tu puoi: e se altri non ti dimanda, fа che non venga da te il ciarlare; e se te si dona o ala o petto di cappone o di starna da chi siede al desco dove tu mangi, accettalo con riverenzia, guardando perciт l’amante con un gesto che gli chiegga licenza senza chiederla; e finito di mangiare, non ruttare, per l’amor d’Iddio!

PIPPA. Che saria se me ne scappasse uno?

NANNA. Ohibт! Tu caderesti di collo a la schifezza, non che agli schifi.

PIPPA. E quando io farт quello che mi insegnate e piщ, che sarа?

NANNA. Sarа che tu acquistarai fama de la piщ valente e de la piщ graziosa cortigiana che viva; e ognuno dirа, mentovandosi l’altre, “State queti, che val piщ l’ombra de le scarpe vecchie de la signora Pippa, che le tali e le cotali calzate e vestite”; e quelli che ti conosceranno, restandoti schiavi, andran predicando de le tue vertщ; onde sarai piщ desiderata che non son fuggite quelle che han i fatti di mariuole e di malandrine: e pensa s’io ne gongolarт.

PIPPA. Che debbo io fare cenato che aremo?

NANNA. Intertienti un pochettino con chi sarа dove te, non ti levando mai da canto al drudo; e venuta l’ora del dormire, lasciaraimi ritornare a casa; e poi, riverentemente detto “Buona notte a le Signorie vostre”, guardati piщ che dal fuoco di non esser veduta nй udita pisciare, nй far tuo agio, nй portar fazzoletto per forbirtela: perchй cotali cose farieno recere i polli, che beccano d’ogni merda. Ed essendo serrata in camera, guarda pure se tu vedi sciugatoio o scuffia che te si atagli e, senza chiedere, vа lodando i sciugatoi e le scuffie.

PIPPA. A che fine?

NANNA. A fine che il cane, che и a la cagna, ti proferisca o l’uno o l’altra.

PIPPA. E se egli me le proferisce?

NANNA. Piantagli un bascio con una punta di lingua, e accetta.

PIPPA. Sarа fatto.

NANNA. Poi, mentre egli si corcarа a staffetta, vatti spogliando pian piano, e mastica qualche parolina fra te stessa mescolandola con alcun sospiro: per la qual cosa sarа di necessitа che ti dimandi, nel tuo entrargli allato: “Di che sospiravate voi, anima mia?”; allotta squinternane un altro e dм: “Vostra Signoria mi ha amaliato”; e dicendolo abbraccialo stretto stretto; e basciаtelo e ribasciаtelo che tu lo arai, fatte il segno de la croce, fingendo di essertene scordata a lo entrar giщ: e se non vuoi dire orazione nй altro, mena un pochetto le labbra acciт che paia che la dica per esser costumata in ogni cosa. Intanto il brigante, che ti stava aspettandoti nel letto come uno che ha fame bestiale e si и posto a tavola senza esserci ancor suso nй pan nй vino, ti andrа lisciando con la mano le pocce, tuffandoci tutto il ceffo per bersele, e poi il corpo, calandola a poco a poco a la monina; e dato che le arа parecchi mostacciatine, verrа a maneggiarti le cosce: e perchй le chiappettine son di calamita, tiraranno a sй la mano che io ti dico; e festeggiatole alquanto, cominciarа a tentarti, con lo intermetterti il suo ginocchio fra le gambe, di voltarti (non si arrischiando di chiedertelo cosм a la prima): e tu soda; e caso ch’egli imiagolando faccia il bambolino cadendo nei vezzi salvatichi, non ti voltare.

PIPPA. E se mi sforzasse?

NANNA. Non si sforza niun, matta.

PIPPA. E che и il lasciarselo far piщ dinanzi che dirieto?

NANNA. Scimonita, tu parli propio da sciocca come tu sei; dimmi: che val piщ, un giulio o un ducato?

PIPPA. Io v’ho: l’ariento и da men che l’oro.

NANNA. Pure il dicesti. Ora io penso a un bel tratto...

PIPPA. Insegnatemelo.

NANNA. ...bello, bellissimo.

PIPPA. Deh sм, mamma.

NANNA. Se pur pure egli ti va ponendo la leva fra le cosce per volgerti a suo modo, atasta si egli ha catenine al braccio o anelli in dito; e secondo che il moscone ti si raggira intorno per la tentazione che gli dа l’odore de l’arosto, prova s’egli se gli lascia tтrre: se lo fa, lascialo fare; e svalisciаtelo de le gioie, lo truffarai per lettera; quando no, digli a la libera: “Dunque vostra Signoria va dirieto a cosм fatte ribaldarie?”. Ciт detto, ti recarа a buon modo; e montandoti a dosso, fа il tuo debito, figlia: fallo, Pippa, perchй le carezze con le quali si fanno compire i giostranti son la rovina loro, il dargliene dolce gli ammazza; e poi una puttana che fa ben quel fatto и come un merciaro che vende care le sue robbe: e non si ponno simigliare se non a una bottega di merciarie le ciance, i giuochi e le feste che escano da una puttana scaltrita.

PIPPA. Che similitudine che voi fate.

NANNA. Ecco un merciaro ha stringhe, specchi, guanti, corone, nastri, ditali, spilletti, aghi, cinte, scuffioni, balzi, saponetti, olio odorifero, polver de Cipri, capelli e centomilia di ragion cose. Cosм una puttana ha nel suo magazzino parolette, risi, basci, sguardi; ma questo и nulla: ella ha ne le mani e ne la castagna i rubini, le perle, i diamanti, gli smeraldi e la melodia del mondo.

PIPPA. Come?

NANNA. Come, ah? Non и niuno che non tocchi il ciel col dito quando l’amica che si ama, mentre ti dа la linguina per cantone, ti grappa il cotale, e stringendolo due o tre volte, te lo rizza, e ritto che te lo ha, gli dа una menatina e poi il lascia in succhio: e stata cosм un poco poco, ti si reca i sonagli su la palma crivellandogli con essa soavemente; doppo questo ti sculaccia, e grattandoti fra i peli ritorna a rimenartelo: talchй la pinca, che и in sapore, pare un che vuol recere e non pт; ma lo imbertonato a cosм fatte carezze si sta badiale, e non cambiaria il suo spasso con quello d’un porcellin grattato, e quando si vede cavalcare da colei che egli sta per cavalcare, va in dolcezza come un che compisce.

PIPPA. Che odo io?

NANNA. Ascolta e impara a vendere le merci tue: a la fede, Pippa, che se una che sale il suo amoroso fa una particella di quello che ti dirт, ella и atta a cavargli i denari degli stinchi, con altra astuzia che i dadi e le carte non gli cavano di quelli dei giuocatori.

PIPPA. Io vel credo.

NANNA. Tienlo pur per certo.

PIPPA. Volete che io faccia ciт che voi dite con chi io vado albergo?

NANNA. Sм, fallo.

PIPPA. Come il posso io fare, standomi sopra?

NANNA. Ci mancano vie da farlo saltare!

PIPPA. Mostratemene una.

NANNA. Eccola. Mentre egli ti gualca, piagni, diventa ritrosa, non ti movere, ammutisci; e se ti domanda ciт che tu hai, rugnisci pure; e ciт facendo, и forza che si fermi e dicati: “Cor mio, fovvi io male? avete voi dispiacer del piacer che io mi piglio?”; e tu a lui: “Vecchietto caro, io vorrei...” (e qui finisci); ed egli dirа: “Che?”; e tu pur mugola; a la fine, tra parole e cenni, chiariscilo che vuoi correre una lancia a la giannetta.

PIPPA. Or fate conto che io sia dove voi dite.

NANNA. Se tu sei con la fantasia a far quel che io vorrei che tu facessi, acconciati bene adagio; e acconcia che sei, fasciagli il collo con le braccia e bascialo dieci volte in un tratto; e preso che gli arai il pistello con mano, stringegnelo tanto che si finisca di imbizzarrire: e infocato ch’egli и, ficcatelo nel mozzo e spigneti inver lui tutta tutta; e qui ti ferma e bascialo; stata un nonnulla, sospira a la infoiata e dм: “Se io faccio, farete?”; lo stallone risponderа con voce incazzita: “Sм, speranza”; e tu, non altrimenti che il suo spuntone fosse il fuso e la tua sermollina la ruota dove ella si rivolge, comincia a girarti; e s’egli accenna di fare, ritienti dicendo: “Non anco, vita mia”: e datogli una stoccatina in bocca con la lingua, non ischiodando punto de la chiave che и ne la serratura, rispigni, rimena e rificca; e piano e forte, e dando di punta e di taglio, tocca i tasti da paladina. E per istroncarla, io vorrei che facendo quella faccenda tu facessi di quelli azzichetti che fanno coloro che giuocano al calcio mentre hanno il pallone in mano: i quali schermiscano con artificio e, mostrando di voler correre or qua or lа, furano tanto di tempo che, senza esser impacciati da chi gli и contra, danno il colpo come gli piace.

PIPPA. Voi mi ammonite ne la onestade, e poi mi ammaestrate ne le disonestа a la sbracata.

NANNA. Io non esco dei gangari punto, e vo’ che tu sia tanto puttana in letto quanto donna da bene altrove: e fа che non si possa imaginar carezza che non facci a chi dorme teco; e stа sempre in su le vedette, grattandolo dove gli dole. Ah! ah! ah!

PIPPA. Di che ridete voi?

NANNA. Rido de la scusa che hanno trovata coloro ai quali non si rizza la coda.

PIPPA. Che scusa и questa?

NANNA. Il dar la colpa al troppo amore; e certo certo, se non fosse il dir cosм, rimarrebbono piщ impacciati che non sono i medici quando lo ammalato, che domandano s’ei va del corpo, risponde “Sм”, non sapendo dargli altro rimedio: onde si vergognano come i vecchi che montatici a dosso ci pagano di doppioni e di cantafavole.

PIPPA. Appunto vi voleva dimandare come io mi ho ad arrecare sotto un bavoso correggero che puzza di sotto e di sopra, e in che foggia io mi ho a lasciar pestare dal suo starmi tutta notte a dosso: e mia cugina mi racconta che una non so chi venne meno in cotal novella.

NANNA. Figliuola, la soavitа degli scudi non lascia arrivare al naso i fiati marci nй la puzza dei piedi: ed и peggio il tтrsi una ceffata che il sopportare il cesso che и ne la bocca di chi spende comperando il patire che si fa dei lor difetti a peso d’oro. E stammi a udire, che ti vo’ contare come hai a reggerti con ogni musico
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