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Astolfeida del divino pietro aretino



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ASTOLFEIDA

DEL DIVINO PIETRO ARETINO


OPERA DELETTEVOLE DA LEGGERE

CHE CONTIENE LA VITA E FATTI

DE TUTTI LI PALADINI DI FRANCIA

E DI DOVE NACQUE LA CASA DI MAGANZA

E CHI FU GANO

E DI CHE GENTI E CONDIZIONE FU LA SUA GENOLOGIA

COSA BELLISSIMA

D'AMORE E GRAN BATAGLIE DI ORLANDO E DI RINALDO


A PASQUINO E MARFORIO


ANTICHI ROMANI E AMATORI DEL VERO

PIETRO ARETINO


Il martello ch'i' ho di voi dua, poi ch'io cangiai un fiume al mare e Roma con Venezia, vuol ch'io v'indrizzi la vita d'Astolfo e de gli altri paladini, detta da me l'Astolfeida. Io la mando a voi perchй nascesti innanzi a' paladini, i quali son terra da ceci giа 700 anni in circa. Voi soli avete visto e cognosciuto chi и visso e morto, chi vive ora e chi viverа poi. Voi soli siate e sarete, vivete e viverete fino al dн del giudizio, e in un tempo siate antichi e moderni. Voi soli siate amanti del vero e nimici de le menzogne. Voi soli vo[i]rreste morire per il vero, ma il vero vi tien vivi perchй siate il paragon de' bugiardi. Chi и caparbio e ostinato abbaglia in ciт che fa, escetto ch'in dire il vero. Voi dite il vero a tutti e siate intesi da ogni gente. Pasquino cantando il vero scuopre le virtъ, i vizii di tutti. Marforio sosorgnione dormendo afferma ciт che dice Pasquino, perchй chi tace acconsente. Pasquino non cura i bravacci che piъ volte l‹i› hanno tagliato il naso, i bracci, le mani, i piedi, e mai gli han possuto tagliar la lingua. Pasquino, poi che Roma и Roma, sta forte in Parione; Marforio iace sodo sodo a piи di Campidoglio. Pasquino non si muove mai, se ben Roma va tutta in arme; Marforio non si drizzaria da iacere pel Turco, nй per un altro. Pasquino non si degna a chi й indegno di lui; Marforio non alza il capo a' carri, a le carrette, a' bufoli nй a gli asini. In somma Pasquino e Marforio son sempre d'accordo e stando scoperti al sole e a ‹la› luna si ridono de gli astrologi bugiardi, e non pigliando mai medicine tirano grata correge a la barba d'i medici. Quando и carrestia lor dui, che vivono di mamma orientale, fanno i fichi al grano de' riconi miseroni. A tempo di peste, perchй‚ non son sanguнni, non pigliano anguinaglie, e contro a la guerra hanno sн dura la pelle che non temono gli archibusi. Pasquino, che senza nigromanzia si transforma in ogni cosa, dice che sa fare ogni cosa. Quel pazzo d'Ercole de la Cantina in Roma assaltт un tratto con la spada ignuda Pasquino, ignudo come e' gli и, e menandoli mille colpi mai li possette cavar sangue. Il cielo e ' fati affadorno Pasquino e Marforio in perpetuo. Orlando e Feraъ furono fatati da non poter morir mai, e pur morirono; solo Pasquino e Marforio furono fatati da vero e gli altri da beffe.
Quando ero in Roma si fe' una caccia di toro inanzi a Pasquino: il toro sbudellт un caca-pensieri ch'andт ad affrontarlo e sbalzт in aria dui altri pera-grilli; viddi un artigianello sfacendato che fuggendo dal toro saltт su gli omeri a Pasquino e il toro, avendo rispetto a Pasquino, ebbe riguardo a lui. Nel sacco di Roma chi fu morto, chi taglieggiato e chi perse i genitali: soli Pasquino e Marforio, per i meriti loro e per grazia bona, non ebbe‹ro› male alcuno. Nel diluvio il Tevero da bene, smorbando i mali, portт via case e botteghe, taverne, bordelli, puttane, ruffiani, asini, cavalli, buffoli, cani, gatti e fino a' topi: Pasquino e Marforio non mossero mai i piedi. Adunque, o miei buon sozii, sotto l'umbra del vostro vero mando al sole l'Astolfeida, perchй la salviate de' morsi de le cicale. Io so che sapete che i paladini furono valenti e da bene, ma non quanto se ne ragiona. I paladini furono uomini come gli altri; il mondo fu sempre d'una sorte e non mancano oggi, in cambio di paladini, i colonnelli, i capitani, l‹i› alfieri, i maestri di campi e de la vigna, e per tutto ci и de l‹i› Astolfi e piъ de' Martani e — quel ch'и peggio — de' Gani a iosa. Or, per non vi esser lungo, ecco l'Astolfeida sotto la protezzione vostra, e vi bascio di lontan il cuore e sempre scampando state lieti.


^ PASQUINO A LI LETTORI


SOPRA L'ASTOLFEIDA
DEL DIVINO PIETRO ARETINO


Alme amorose e spirti peregrini,
voi che svegliate a l'alte imprese il cuore,
del divino Aretin pur or vien fuore
l'Astolfeida. I fior de' paladini,

de' barbari orgogliosi saracini,
d'erranti cavallier l'arme, l'amore,
di diverse nazion l'ira, il furore,
chi sale al ciel, chi nel centro rovini,

le qualitа de' vicin, de gli esterni
costumi e legi non altrove intese
vi mostra l'Aretin, del vero amante,

comparazion d'antichi e di moderni,
e scuopre ogni sentier, terra e paese,
e chi и mosca e si tiene elefante.

Pasquin nostro galante
l'Aretin loda e dice ch'oggi assai
bravi a parol n'ha 'l mondo piъ che mai;

dice che d'oggi in crai
crescono al mondo ognor l'usanze acerbe,
come ne l'orto allignon le mal'erbe;

dice che piъ superbe
son le puttane che le gentil donne
e lo' par d'esser regine e madonne,

e che le ricche gonne
non ricuoprono i lor vizii furfanti,
che sfamando i facchin rubban gli amanti;

dice che da piъ canti
il mondo и pieno di squarta-cantoni
piъ che l'aer di grilli e parpaglioni;

dice che de' babbioni
da Mantua n'и per tutto, e de gli alocchi
e de' gattuci ch'hanno aperti gli occhi;

e che vende i finocchi
per confetti ogni strologo mendace,
annunciando la guerra per la pace.

Quel che a Pasquino spiace
che gli и vecchio e Marforio и rimbambito:
or che son vecchi il mondo и imputtanito.

Lettori, oltre v'invito
lieti a cantar d'amor fra l'erbe e ' fiori
sн bel poema, spasso a gentil cuori.


^ CANTO PRIMO


In questo primo canto si descrive la qualitа e ' costumi de' paladini di Francia e dicesi il vero, perchй non sono tante cose quanto si dicono, e che 'l mondo fu quasi sempre ad un modo. Per il gigante Arcifanfano, che fuore di Parigi sfida i paladini a battaglia, s'intende per i bravacci a parole, de' quali и pieno oggi il mondo.


1


Le temerarie imprese, i strani effetti,
i cuor bramosi, l'insaziabil menti
de' cavallieri erranti, i gran concetti,
le sorti, i paragon di tutte genti,
baron da mensa e campioni da letti,
di Carlo Magno e tutti i suoi parenti,
de' paladin da ver, di quei da ciance
canto l'armi, l'amor fra spade e lance.


2


Dirт d'Astolfo, l'uomo del buon tempo,
cose non mai piъ in penna o in pennello.
Fuggendo i guai prese i piacer col tempo,
altretanto buon sozio quanto bello;
ricevea burle e scherzi a luogo e tempo
come una sposa riceve l'anello.
Il poema e l'istoria al mondo letta
d'Astolfo l'Astolfeida fia detta.


3


Falsi i poeti e l'istorici vani
di Troia e Tebe, di Sparta e Tesaglia
son presso a l'opra ov'io caccio le mani;
a dir de' paladin, se 'l ver mi vaglia,
son le buggie un abbaiar de cani.
Io in pace dirт piъ che in battaglia,
de' cronichisti mendaci al dispetto,
de' paladin di Francia il vero schietto.


4


Dir male e dire il ver genera sdegno,
sogliono dir[e] gl'ipocriti e piangioni;
chi ben dice e mal fa di morte и degno,
come fanno i cagnacci ipocritoni.
A' buon sozii l'orecchia a grattar vegno,
non a gli adulator, non a' poltroni.
Non и vizio piъ pregno di veleno
ch'ornar di lode chi di biasmo и pieno.


5


Or stien lontani da l'istoria mia
quei che vendon la logica a le scuole;
lontani stien, col mal che Dio lo' dia,
quei che in piъ conto han la luna che 'l sole;
vadi a le forche questa e quella arpia
che sputa perle in cambio di parole;
e da me piъ che gli altri fugger[e] denno
quei ch'han malinconia per troppo senno.


6


Uomini [e] santi ‹e› gloriosi e magni
son quei ch'odon l'istoria ov'io m'attacco:
quei ch'i debiti pagan di calcagni,
quei ch'ognor mangian col capo nel sacco,
quei che non stimon perdite o guadagni,
quei che piъ de Saturno adoran Bacco;
a udir l'Astolfeida sien chiamati
i buon compagni allegri e spensierati.


7


I continenti, i rigidi, i severi,
i probi, i coram vobis respettivi
son degni di soposte e di cristeri,
come oggi il tanto de' poeti divi.
Quei ch'hanno poca robba e men pensieri,
quelli vivono e mertan d'esser vivi,
com'ecco il sir Astolfo e gli altri suoi
paladin buon compagni. Udite or voi.


8


Omeri et Aristotili e Platoni,
Pitagore, Diogeni e Socrаti,
Anasarchi viril, giusti Catoni,
i buon Fabrizii, i saldi Zenocrаti,
i Demosteni saggi, i Ciceroni
le pastinache stimon pinocchiati
e le rape aman piъ de' marzapani:
questi svogliati stien da me lontani.


9


La moltitudin porge confusione;
spiace il dir lungo a li strani, a' vicini;
per fuggir tali error, con gran ragione
nel primo canto sol de' paladini
di Francia e Carlo si farа menzione;
nel secondo de' mori e saracini;
nel terzo liete favole e novelle,
ch'un breve e dolce dir sale a le stelle.


10


I' non chiamo le Muse e manco Apollo
per non esser tenuto partigiano,
di ser Cupido son stracco e satollo,
Minerva и capricciosa e Marte и strano,
Giove и fallito e non puт dar piъ un crollo:
l'ombra chiam'io di Tiresia tebano,
perchй fu uomo e donna, putto e vecchio,
arcivide il futuro in uno specchio.


11


Te solo invoco, o Tiresia eccellente,
ch'avesti il naturale e la natura;
tu fusti a un tempo agente e paziente,
dicesti il vero a tutti a la sicura;
porgimi il tuo favore omnipotente,
ch'io canti il ver, senza dubbio o paura,
de' paladin, de' cavallieri erranti,
piъ ver che le menzogne de' furfanti.


12


Il Pulcio fiorentin lodт Morgante
e l'Ariosto in ciel pose Rugiero,
lodт Gradasso il Boiardo galante
e Mandricardo e Rodomonte altiero,
Brandimarte, Agramante e Sacripante;
io piъ lontan, per diverso sentiero,
dirт il ver da Verona con bei modi,
la via lassando di Piacenza e Lodi.


13


E perchй da Astolfo l'opra mia
piglia il titulo e 'l nome, и ben ragione
ch'Astolfo in capo di tavola fia.
Paladino fedel del re Carlone,
vieni, Astolfo amoroso, vien pur via,
a cuore, a sangue a tutte le persone.
Enea, Ettor e Achille furo un zero
presso a quel ch'io di te cantare spero.


14


Fu Astolfo amoroso, dolce, umano,
di corpo bel, di gusto delicato;
fu de la lingua un po' parabolano,
per buon francese a mensa era chiamato,
era in camiscia un buono italiano,
per mantuano in letto era accettato,
nel cader da cavallo inglese vero,
ch'han di cavalleria poco mestiero.


15


Fu nel resto del viver buon compagno
per sй, per altri in secreto e 'n palese;
diceva allegramente a Carlo Magno
che la malinconia non paga spese.
Rinaldo fu un uom senza sparagno:
fu coragioso e fier, bello e cortese,
ma s'in collera entrava a sorte, a caso,
nessuno ardнa toccarli in punta il naso.


16


Mezo da Sutri e mezo da Parigi
fu il sir d'Anglante, Orlando purga-matti,
utile e non pomposo in far servigi;
fu di poche parole e d'assai fatti,
seguн in amor d'Angelica i vestigi,
fu bizarro di cuor, fu fiero in atti,
fu guercio e nero e fu d'ognun terrore,
nipote a Carlo e roman senatore.


17


Il marchese Ulivier fu bello e forte,
e giunse amor fra beltade e fortezza;
d'Astolfo fu caro compagno in corte.
Riciardetto con lor scherzт in cavezza;
Ranier di rana piъ debol che forte;
fu Gualtieri d'ognun la stitichezza;
fu il Danese un uomaccio grossolano:
per che li piacque il vin si fe' cristiano.


18


Chiamossi il figlio Dudon de la mazza
perchй non oprт mai lancia nй spada;
Morgante fu un campanil da piazza,
mangiator, dormiglion, come-va-vada;
fu Buratto una bestia ingorda e pazza;
Don Chiaro il piъ vil uom di sua contrada;
Bertolagi il poltron, viso-di-berta,
el cuor d'un lepre avea, Turpin l'accerta.


19


Fu Gano un furfantaccio da Pontieri;
de furbi era il suo sangue, ladro e ghiotto
(nascon de' furbi i traditori veri):
tinti in grana e piegati in ciambellotto,
que' settanta duo conti cavallieri
Maganzesi accattavon col barlotto;
ciurmando il mondo arricchir tutti quanti:
Gano fu 'l capo a' traditor furfanti.


20


Pontier, Maganza, Altariva, Altafoglia
erano i gerghi de' loro spedali;
escivon come i serpi de la scoglia;
di furbi si fer poi ladri immortali;
di ladri, traditor di buona voglia;
rubbar, scannar, veleni e mille mali
facevon, com'or fa piъ d'un ribaldo;
la lor vera triaca era Rinaldo.


21


Fu Turpin capellano e cancelliero
e confessor di Carlo e cronichista;
se mai de' paladini scrisse un vero,
aveva poi cento menzogne in lista.
Baldovin, figlio a Gano, fu un zero
stimato al mondo per la vita trista
del padre, e tutti di casa Maganza
sol pel favor d'Orlando avean ballanza.


22


I consiglier di Carlo, i secretari
fu il duca Namo, Amone e Salamone,
re de li scacchi, e mai serbar danari,
spendendo gli occhi in ogni buon boccone.
I Guidi e gli Angelini fur somari
di corte; con Gherardo Ronsiglione
Aldigieri, Ansuigi, Armanni, Anselmi
le gole, i denti usar per spade et elmi.


23


Avino, Avoglio, Ottone e Berlinghieri
fur quatro belli-in-piazza perde-giorni;
scompagnati non gir mai volentieri:
givon come le grue, come li storni.
Aquilante e Grifon narcisi veri,
d'arme e d'amor piъ che de forze adorni.
Tal Sansonetto e tal Guidon Selvaggio:
sol contro a donne andaro a disvantaggio.


24


Vivian vivachiava a scrocco in corte,
con tutti alzando il fianco a corpo sciolto;
Guicciardo, Alardo mai uscir le porte
di Montalban, che no li fussi tolto;
mastro di spirti e bagatelle a sorte
fu Malagigi, e cangiт forma e volto,
come fean mastro Iaco e mastro Muccio
in Roma trarre ' ognun fino al cappuccio.


25


D'amor, di fй, di cuor, di lingua schietto
fu Carlo Magno al mondo celebrato;
Carlo e Carlone insieme li fu detto
perch'era grande, grosso e ben formato;
di credulo e corrivo ebbe difetto
per creder troppo a Gano suo cognato;
del resto fu da ben piъ del bisogno,
tanto da ben ch'a dirlo mi vergogno.


26


Rugier, fra tutti bello e valoroso,
andava a sangue, a cuore a questo, a quello;
prima che fussi a Bradamante sposo
morir fe' il vecchio Atlante di martello.
Fu Buovo d'Agrismonte risicoso;
Margutte un ladro a paro di Brunello;
Uberto del Leon, forte e gradito,
d'Olimpia bella divenne marito.


27


Fu proprio un uom da bosco e da riviera
Brandimarte, compagno al sir d'Anglante;
perchй avea ne le guance primavera
fu proprio un giglio il suo fratel Gigliante;
fu valoroso in fatti e bello in cera
Zerbin, che fu poi d'Isabella amante;
Ariodante, Lurcam, Prasildo, Iroldo
seguir d'Amor piъ che di Marte il soldo.


28


De la Montagna il Veglio era un grandone
piloso e forte e caro a' paladini;
facea sul giorno un po' di colazione,
non giа di berlingozzi o biscottini,
ma un bue intero e sano era un boccone;
tracannava i vin grechi e ' vin latini;
aveva sempre un rutto fuor del gozzo
che mai si saria preso per signozzo.


29


Fra l'altre donne fur le dottoresse
Clarice, Beatrice e Berta in ballo;
Gallerana galluta era tra esse,
ma non avea sempre a sua posta il gallo;
fu Ermelina, a chi no lo sapesse,
una zambracca, per non dirvi fallo;
Gabrina, vecchia e brutta, a tutti a noia,
ruffiana e strega, sfamт i cani e 'l boia.


30


Marfisa, insieme bella e valorosa,
odiт li specchi, la biacca e 'l belletto;
Bradamante fu poi meno sdegnosa,
valente e grata a Rugier suo diletto;
fu Alda bella una donna foiosa,
giacendo sola senz'Orlando in letto;
Fiordiligi, ladrina, dolce e ghiotta,
di Brandimarte era spolpata e cotta.


31


Quanto Isabella, Olimpia fusser belle
chi d'amor sente il puote imaginare;
chi l'assimiglia al sol, chi a le stelle,
chi a la luna alor che chiara appare.
Tempo и ch'io canti di queste e di quelle
prove de' paladini eccelse e rare.
Era al fin de l'advento sul Natale
Carlo in Parigi e sua corte reale.


32


Era dopo 'l Natale et Ogni Santi
la terra ignuda e spolti gli arborselli;
la fame e 'l freddo, nimici a' furfanti,
l‹i› avea ridotti a le stalle, a' tinelli;
spidocchiavansi al sole i piъ galanti;
stansi i ricconi a mangiar fegatelli
presso al buon fuoco, e chi 'l vin dolce beve
e' incaca il vento, la pioggia e la nieve.


33


Durando la stagion fra piogge e venti,
i paladin sono a covare il fuoco;
bramano oprar piъ che le mani i denti:
chi brava il scalco e chi minaccia il cuoco;
a la ritonda tavola i valenti
paladin si rubar l'un l'altro il loco.
Or, su l'alzare il fianco, tutti atorno
tremar come conigli al suon d'un corno.


34


Il suon del corno era questo ch'io dico:
era comparso a la campagna fuore
un gigantaccio, e 'l ciel non cura un fico,
non pur la Francia e Carlo imperadore;
era sei braccia dal capo al bellico.
Del suon del corno era questo il tenore:
— Te Carlo Magno e la paladinaglia
disfido in campo a micidial battaglia.


35


L'Arcifanfan son io, re di Baldacco,
che con la lancia e con la scimitarra
n'ammazzo le migliaia, mai mi stracco:
a portarli non bastan mille carra.
Or de' tuo paladin vengo a far fiacco
a campo aperto, chiuso e fuor di sbarra.
Vien fuor, che chi non viene oggi prometto
pigliare ognun come poltrone in letto —.


36


Carlo, ch'intende il suon, grida: — Sъ, sъ!
Paladin, buon compagni, dritti in piи,
affrontate il nimico di Giesъ!
Orlando mio, tempo a pacchiar non и —.
D'un sorbo i formiconi senton piъ
ch'i paladin pacchioni, in buona fй:
mentre sta Carlo a la lun' a abbaiare
vтtano i fiaschi e stanno a pettinare.


37


L'Arcifanfan, riposto il corno a [la] bocca,
grida: — Fuor, fuore, o paladin da frappe! —
Berlinghieri berlinga e dice: — Or fiocca —.
Il cul d'Astolfo facea lappe lappe.
Carlo vede che fuor nessuno sbocca,
empie le brache e 'nsanguina le chiappe
d'altro che d'acqua lanfa e belzuino.
I salmi e letanie dicea Turpino.


38


Pur e Orlando e Rinaldo una grossa ora,
pieno ch'hanno lo stefano ben bene,
de la mensa ritonda esciti fuora,
dicano a Carlo: — Questo far conviene:
fa' trar le sorti a chi va primo or ora
contro al gigante ch'addosso ci viene,
e chi prima e chi poi ognun combatta
fin che 'l gigante Arcifanfan s'abbatta —.


39


Piacque il detto e Turpino i nomi scrisse;
Terigi cava fuora i bullettini.
Fu il primo Berlinghier che fuora [&] uscisse:
a piagner si cacciт come i puttini.
Astolfo il prega, lo conforta e disse:
— O Berlinghier, noi siam pur paladini;
va' via, non dubitar, caro fratello;
abbi nel cuor Tubbia e Raffaello —.


40


Chi va a le forche va piъ lieto, a fй,
che non va Berlinghier contro al gigante,
e rispose ad Astolfo: — Eh, va' per me! —
— Non tocca a me — disse Astolfo galante —;
innanzi a me ve n'andran piъ di tre.
Va' tu pel primo, cavalliero errante —.
Berlinghieri, che 'l dir d'Astolfo scorse,
fila i stoppini e sta di gire in forse.


41


Pur gli altri paladin li sono adosso
e dicano: — Sъ, via, sъ, vallo affronta —.
Berlinghier per vergogna si fa rosso,
bravando con se stesso a caval monta:
— Al corpo… al sangue… ch'io li taglio l'osso!
La mi vien, la mi schiocca, la mi monta! —
Cosн, fra la vergogna e la paura,
in campo uscн contra a sua vil natura.


42


Ma come vede a caval su l'alfana
sн grand'uomaccio, e' venne a ravvilire
e disse: — O Dio, gli и pur la gran befana!
Come potrт aspettarlo e non fuggire? —
Come finisse poi la pugna strana
fra ' duo briganti or no lo posso dire;
ne l'altro canto piъ chiaro che 'l sole
cantarт il ver senza menzogne e fole.


^ CANTO SECONDO


Nel secondo canto, per Astolfo e Berlinghieri, che male si risolvevano de affrontar il nimico a la campagna, s'intende per l‹i› uomini dati a' lor piaceri e comodi e che mal volontier escono di casa. Per il Danese s'intendono gli uomini ben risoluti che riportono onore de la loro impresa. Per il gigante vantatore, e poi vilmente fu prigion, si fingono i tropo audaci e temerarii che presto cadano in ruvine.


1


Cerere e Bacco, le cui forze magne
fan Venere e Cupido lieti al mondo,
il vilan senza voi sospira e piagne,
fra 'l pane e vino ognun vive giocondo.
Dammi, o Cerere, il pane e le lasagne,
dammi, o Bacco, il vin dolce, il brusco, il tondo,
ch'a corpo pien de' paladin‹i› dica
d'assai gran pasto e di poca fatica.


2


Pur dianzi vi lassai che 'l paladino
Berlinghieri, lassando il berlingare,
escн in campo contro al saracino,
ma come il vide cominciт a tremare.
L'Arcifanfan, che 'l vede sн piccino,
al primo affronto se 'l crede ingollare;
li salta a torno e poi crida: — Cucъ!
Di sн gran paladin Francia hanne piъ? —


3


— Ce n'и da piъ di te, ben sai che sн —
gridava Berlinghieri al gigantone.
Cagliт il pagan, che sн gran voce udн,
come un cagnaccio al mugghiar d'u‹n› leone;
pur co la lancia in resta l'assalн;
Berlinghier, trempellando su l'arcione,
da vergogna e timor spronato e mosso,
gli andт come un cagnuolo al toro adosso.


4


Berlinghier col pagan s'aggira e affanna
e co la lancia bassa un colpo mena:
pare un fanciul ch'in man abbia una canna.
Quel bufalon, ch'и tenero de schiena,
fu per cader, fu per cantar osanna;
pur drizzossi e ferн con poca lena
Berlinghier, e cadendo og‹n›un lo vede
e restт ne la staffa il manco piede.


5


— O Dio! o babbo dolce! o mamma bella! —
diceva Berlinghier, mentre il roncino
lo strascinava per l'erba novella.
Alor gli corre adosso il saracino;
Berlinghier grida: — Ohimи, le budella!
Deh, non dar morte a sн bon paladino!
Arcifanfano mio, pietа, mercй,
brava, scanna il cavallo e lassa me —.


6


E mentre de la staffa il piи gli uscн,
Berlinghieri raccolse ogni calcagno,
dando le gambe a Parigi ne gн.
— Son questi i paladin di Carlo Magno? —
grida il pagano, e poi ch'egli fuggн,
fa del caval di Berlinghier guadagno.
Berlinghier giugne a Carlo: ognuno scorna
ch'andт a cavallo et ora a piedi torna.


7


Ognun domanda come il fatto и gito.
Berlinghier disse: — Il brutto saracino
и un cotal grandaccio scimonito
bono a cogliere i fichi senza uncino.
Mi corse adosso, io caddi sbalordito,
restommi un piede in staffa et io meschino
mi sviluppai come il tordo dal visco
e di calcagni l'ho pagato a risco —.


8


I paladin babbion li sono atorno
e de le risa ognun par che smascelle.
Namo, abbracciando il figlio perde-giorno:
— Buon prт! — li disse —; hai pur salva la pelle.
Vada pur fuor chi и de forza adorno:
senza vita l'onor non val covelle —.
Ecco che l'Arcifanfano risuona
il corno e 'l cielo e la terra rintuona.


9


Carlo pur gracchia: — O paladin, fuor, fuore! —
E Terigi ricava i nomi a sorte.
Ganellone era ascoso, il traditore,
per non cambiar la vita co la morte.
Astolfo in compagnia facea bon cuore,
pur diceva: — Egli и freddo a escir le porte —.
Vien Terigi e nel vaso un nome prese,
Turpino il lege e dice: — Astolfo inglese —.


10


Come Astolfo di fuor suo nome sente,
disse a Terigi: — Trammi quest'altr'occhio!
Tu m'hai gabbato, o ghiotto fraudolente,
e per confetti [il] voi darmi finocchio —.
Disse Ulivieri: — Or non temer niente.
Astolfo mio, tienti forte al ginocchio
su l'arcione e colpisci a mezo il petto
co la lancia il gigante maledetto —.


11


— Deh, — disse Astolfo a Ulivier — va' tu,
ch'un'altra volta anderт io per te —.
Disse Ulivier: — Non ti servo qui sъ —.
Rispose Astolfo: — Dimmi un po' il perchй —.
— Perchй la mamma mia non ne fa piъ;
se ne facessi non faria piъ me, —
disse Ulivieri ad Astolfo gradito.
Rispose Astolfo: — Va' che m'hai chiarito —.


12


Soggiunse Orlando: — Or va', cugin mio bello.
Usa franchezza e non viltа di cuore —.
Rispose Astolfo: — И un gire al macello,
partir del fuoco e gire al vento fuore.
Eccomi al tuo piacer, caro fratello:
affrontarт il gigante traditore
e come buon cristiano so' contento
di confessarmi e poi far testamento.


13


Io resto da aver poco, a dare assai;
pagarт com'io posso, Dio lo sa.
Da caval caddi spesso e mi drizzai;
qualche volta fuggii, come si fa,
da chi puт piъ di te, scampando guai —.
Disse Turpin: — Basta la voluntа
e 'l cuor contritto —. E li pose la mano
in capo e l'assolvй da buon cristiano.


14


Poi che confesso fu, il sir d'Inghilterra
bevea una gran tazza d'ipocrasso.
Gridava: — Sangue, sangue! guerra, guerra!
morte e ruvina! — (e pur va passo passo)
— Chiocca tambur, bagaglie serra serra!
Muoia il brutto gigante babbuasso! —
Giа come duo falт ha rossi gli occhi,
monta a cavallo e trema su' ginocchi.


15


Ma[e]stro Danese il concia su l'arcione,
Ulivier tien la staffa e lo conforta,
Turpin li canta in cappo un'orazione,
Namo gli disse: — Dio sia la tua scorta —,
li dette il padre la benedizione,
Gualtier l'accompagnт fino alla porta.
Ecco Astolfo che trova il saracino
che dorme su l'alfana a capo chino


16


e ronfa e suona la tromba col naso.
Astolfo grida e per ferir lo apposta.
L'animalaccio risvegliossi a caso
e disse: — Chi и quel che mi s'accosta? —
Mena ad Astolfo un colpo e l'ebbe raso
il capo e giа facea botta risposta.
Astolfo si scagliт… dico a l'indrieto
e disse: — Ah, bufalon poco discreto!


17


Saran pochi i lenzuol d'uno spedale
per tasta, s'io ti fo una ferita.
Farт restarti a un colpo mortale
senz'onor, senza robba e senza vita —.
Disse il pagan: — Nй paura nй male
puoi farmi, e fa', stu sai, la cera ardita.
Deh, s'io ti lego a cintola, bambino,
parrammi avere a canto un fiaschettino —.


18


E corre adosso ad Astolfo di botto
e come un putto lo vuol trar d'arcione.
Astolfo corre per entrarli sotto,
ma urtollo sн forte il bufalone
ch'in terra si trovт, senza far motto,
col petto sopra e 'l dosso sul sabbione,
com'un bello asinin, com'un muletto
si svoltola per terra a suo diletto.


19


Col culo in terra e co' calcagni al cielo,
a gambe larghe, di galantaria,
Astolfo cadde e disse: — Il ver non celo:
la colpa del cavallo par che sia:
и magro, asciutto, ha solo l'osso e 'l pelo —.
Poi si drizzт e disse: — O mamma mia,
se 'l culo aveva denti a questo tratto
tutti se li rompeva a fatto affatto —.


20


Cosн Astolfo a caval risaliva
e l'Arcifanfan, tutto d'ira pieno,
per traboccarlo di nuovo veniva,
quando l'alfana sua si trasse il freno;
mentre portandol qua e lа corriva,
col culo il balocon basciт il terreno.
Astolfo allor piantollo e disse: — Guari,
brutto bestione, or ve' che siam par pari —.


21


Or ecco Astolfo ch'a Parigi sprona,
paga il pagan d'una volta di schiena,
e di mano gli uscн come fe' Iona
quando ch'uscн del ventre a la balena,
e disse a Carlo: — I' merto la corona:
son giunto salvo, senza danno e pena,
co l'arme, col cavallo, e so' megliore
che non и Berlinghier berlingatore.


22


Se non era il pagan sн grande e grosso
[io] ti lo portavo qui, su la mia fede,
come porta un facchino il peso addosso —.
Ride ognun che frappare il sente o vede.
L'Arcifanfano intanto s'era mosso
di terra, e poi ch'Astolfo piъ non vede,
risuona il corno e tutta Francia sfida,
poi ch'ognun fugge e non и chi l'uccida.


23


Ecco Terigi, il fraschetta cicala,
cava del vaso un nome e sta a vedere;
Turpino legge e biscanta con gala
e dice: — Ugier, danese cavaliere —.
Danese il sente e sa‹l›tellando in sala
si volse a Carlo e disse: — Non temere,
l'animo e 'l cuor mi dice in tempo corto
di menar qui il gigante o vivo o morto.


24


Vorrei sciacquando i denti un po' di vino
e porre in mollo un po' di pan biscotto:
la zuppa fa lo stomaco piъ fino.
Che sн ch'io pongo il gigante di sotto —.
Come sguazza ne l'aqua un anitrino
sguazza il Danese e tracanna di botto
una bottiglia e poi il gigante trova
ch'a un cero menava colpi a prova.


25


Il gigante bubъ, vistosi a torno
mastro Danese grugno di marzocco,
grida: — Chi и quest'ucel perde-giorno
che mi vien fra le branche a dar trabocco? —
Rispose Ugieri: — Ah, brutto can musorno,
tosto il saprai se col ferro ti tocco! —
L'Arcifa‹n›fan rispose: — Altro non puoi
far che fuggir come gli altri par tuoi.


26


I' credo se tu fussi tutto acciaio
faresti appena un ago damaschino
e se soffiassi il vento di rovaio
ti porteria come il nibbio un pulcino —.
Ugier rispose: — O stallon da pagliaio,
val per sette giganti un paladino.
I' ti farт veder, brutta bestiaccia,
che la mia forza non si vende a braccia —.


27


L'Arcifanfano adosso alor li corre
e ser Danese adosso corre a lui;
si vengon co le lance in fallo a corre
e su l'arcion si pigliano amendui;
il pagan crede Ugier di sella torre
e Ugier forte sta contro a costui;
si stringon tanto ch'escon de la sella
e dan la schiena su l'erba novella.


28


Drizzati in piи ritornano a le prese;
il pagan crede Ugier pigliare stretto;
l'utile e non pomposo ser Danese
al giga‹n›taccio urta il capo nel petto;
col piede a uncino una gamba li prese,
con man lo strigne e col forte gambetto
in terra il caccia; il pagan pur si scuote,
sopra и il Danese, tal ch'uscir non puote.


29


L'Arcifanfano grida e scampar crede;
il buon Danese, ch'una funa ha in seno,
cor una man l'allaccia per un piede,
co l'altra forte il tien sopra il terreno;
il pagan bufalon, come si vede
sotto legato, l'ardir li vien meno;
perde l'orgoglio in mezo de la via
come fa il gran dopo la carestia.


30


Parea proprio da Pescia Baldassarre,
grasso che mal si muova qua e lа;
аnfana co la morte e solo garre.
Grida il Danese: — Paladin, qua, qua!
Io solo, senza spade o scimitarre,
vinto ho 'l gigante e sotto a' piи mi sta! —
I paladini, a veder su le mura,
corrono dal Danese a la sicura.


31


Chi ha mai visto un giovenco novello,
che 'l maniscalco a terra lo distende
con funi e lacci per far bove quello,
mentre la bestia grida e 'l cielo offende,
corre a soccorso il popolo israello,
e ' testicoli poi li batte e incende,
cosн par l'Arcifanfano a guardare,
ch'empie di tuoni il ciel col suo mugliare.


32


Mezo di peso e mezo strascinoni
condotto и l'Arcifanfano in Parigi;
corrono i paladini giorneoni,
Carlo ringrazia Dio e san Dionigi.
Cadde il gigante in sala sbalordoni
senza nigromanzie di Malagigi;
ognun bascia il Danese e Gano solo
crepa in se stesso d'invidia e di duolo.


33


Canellon, traditor in eccellenza,
gli occhi simili aveva al basalisco,
come quei d'Agostin Landi in Piacenza:
il cuor coniglio a' tradimenti arisco,
la schiuma de' poltron, la quinta essenza,
con Gano a par tra ' mie versi l'ordisco;
Gianni Anguissola, il ladro, presso a quello
и un nuovo Bertolagi, un Pinabello.


34


Son da Scipione [ecco] i tre Palavicini:
Ieronimo, il maggior, brutto stroppiato,
Alessandro e Camil ladri assassini,
fratelli al brutto zoppo scelerato;
vien Gian Luigi che da' Piacentini
confalonier de' ribaldi и chiamato.
A tradimento ucciser lor signore:
piъ di Gano ognun d'essi и traditore.


35


Mentre il gigante in sala iace in terra
s'apparrechia la tavola ritonda.
I paladini, ch'han vinta la guerra,
fra 'l pacchio e 'l bere ognun di rise abbonda.
Or ecco l'Arcifanfan ch'apre e sferra
una correggia, una loffa gioconda,
che la polvere alzт del mattonato
et ogni paladino ha impolverato.


36


Carlo di risa come la castagna
ebbe a crepar fra Namo e ser Turpino;
il duca Amone col re di Brettagna
han chiusi gli occhi pel gran polverino;
Gan di Maganza pieno di magagna
pareva un can polveroso mastino;
Astolfo et Uliver li fer l'occhiaccio
e disser: — Fatti in lа, brutto cagnaccio! —


37


e da la mensa l'urtavano a drieto.
Gano volpaccia se l'arreca in berta
e dicea fra se stesso cheto cheto:
« In Roncisvalle farт starvi all'erta ».
Or ecco un tanfo d'altro che d'aceto,
ecco il pagan che tira a la scoperta
un sospiro, un singliozzo, uno sbadacchio,
e fece a' paladini il spaventacchio.


38


Legato in terra il brutto animalaccio
ritorce il grugno e che gli ha fame dice.
Non fu dato a rempir quel gran ventraccio
duo porri, un mezo aglietto o quatro alice;
Turpin, che fu presente, ratto e 'vaccio
scrive che sei fagiani, una pernice,
un porco arrosto, un bue et un castrato
gli entrт nel cozzo e non toccт il palato.


39


Da ber li dero un tino pien di mosto;
sorsa col grifo come il liofante
e prese l'orso e la scimia tantosto
e volle sciorsi, il bufalo galante,
e puzzando di lesso e non d'arrosto
corre a vederlo il ponente e levante
e trovan che 'l figliuol de l'Arcivacca
fatta ha la pisciarella co la cacca.


40


Or tutti i Parigin adosso vanno
a chi la sala ammorba di carogna;
il capo, i piи, le man legate gli hanno;
chi 'l dа a' cani e chi lo vuole in gogna.
Turpino e Namo la sentenza danno
che come bestia castrarlo bisogna.
Come castrata fu sн gran bestiaccia
ne l'altro canto udir non vi dispiaccia.


^ CANTO TERZO


Nel terzo, per il gigante castrato e buttato in fiume si figurano i superbi, che fanno simil fine; per i paladini ch'hanno ben mangiato a tavola e biasmano i pagani morti e vivi s'intende per gli uomini spensierati che biasmano gli altri e non guardono a loro e l'allegrezza de la tavola li fa biasmar altri e lodar se stessi; per la chimera di Malagigi si figurano i costumi de gli uomini e ch'ognun s'appiglia al suo appetito.


1


Saturno, antico dio, gran menchiatarro,
perduti i coglion suoi, perse ogni gioia;
poi nacque in mar del suo seme bizzarro
Vener, madre d'Amor, dea de la foia.
Vieni, o Saturno, a veder sopra il carro
l'Arcifanfano, a cui vuol torre il boia
i suo coglioni, acciт non resti razza
d'una bestia com'egli ingorda e pazza.


2


Quando i giganti al ciel mossono guerra
fu‹r› da Giove da ben quaggiъ distrutti
e de lor sangue germogliato in terra
nacquer le scimie, i babbuini brutti;
or l'Arcifanfan, se Turpin non erra,
per che 'l mondo di lui non goda frutti,
vuole il vecchio Carlon che sia castrato,
come Turpino e Amone han consigliato.


3


‹F›atto un gran carro in settimane sei,
dove perse il pagan l'ardir, la lena,
gli alberi de' gran monti Pirenei
si tagliar tutti e bastar quasi appena.
Qui legato il bestion gridava: — Ohmei! —
La pancia sopra e sotto avea la s‹c›hiena,
e raccolse da' chiassi ogni brigata,
non per via Appia o per via Sacra o Lata.


4


Cento fra vacche e buoi co' lor vitelli
il carro trionfal tirano adagio.
Venne a Parigi un gran castra-porcelli,
dico da Norcia un certo mastro Biagio,
e tagliati al gigante i gran granelli[ni],
sfiatт di sotto e poi fet'a suo agio.
Scrive Turpin ch'avea grossi i coglioni
come duo gran ballotte di cannonni.


5


A gli urli, a' gridi, a le voce crudeli
che l'Arcifanfan mosse a suo mugliare,
tremт Parigi, intronт i sette cieli
e fe' le donne gravide sconciare:
altro parean che di pecore i beli!
Finita sн gran bestia di castrare,
chiuso in un sacco fu buttato in Senna,
ch'al collo un sasso avea, non una penna.


6


Summerso in fiume il gigantaccio strano,
tornano a mensa i paladin galanti
tutti a pacchiar; ma il traditor di Cano
voluto avria che 'l pagan tutti quanti
gli avessi morti o ver dati in sua mano,
e cheto si sedea da l'un de' canti.
Danese Ugier, che del pagan fe' preda,
pacchia per dieci e vuol ch'ognun lo veda.


7


Di vin claretto avea piena una tazza
mastro Danese e la zuppa faceva;
come un moscion nel vino nuota e sguaza.
Astolfo, perchй tutto non se 'l beva,
glielo carpн di man con furia pazza.
Ecco il Danese, a cui l'ingiuria aggreva,
stese il bracc[h]io e d'Astolfo prese il piatto,
alza un fagiano e disse: — Scacco matto! —


8


Bebbe in fretta e versт su la tovaglia
il vino Astolfo e 'l fagian gli fu tolto.
Qui di denti e di man si fa battaglia:
giа il Danese il fagian di polpe ha spolto.
Ridea Carlo da ben: — Se Dio me vaglia —
disse a Turpin —, tu vedi chiaro e sciolto
rubbarsi a mensa i paladin fra loro:
scrivi ciт che tu vedi in lett[e]re d'oro —.


9


Turpin vecchietto di fresco era raso,
pareva proprio una gazza pelata,
pareva un becco di civetta il naso,
d'un luccio par la bocca sgangherata;
rise d'Astolfo e del Danese a‹l› caso.
Danese il guarda e disse a la sboccata:
— Vescovo di Ca‹s›tropoli, or confessa
le donne, i putti e bada a dir la messa.


10


Voleo far co la zuppa il sursum corda;
Astolfo cinciglion m'ha tolto il modo —.
Rispose Astolfo: — In pace te lo scorda.
Il fagian m'hai rubbato, ond'io mi rodo —.
Namo gentile in pace al fin gli accorda,
e mentre ser Turpin sorsava il brodo
lardiero, e' se 'l versт fra 'l seno e ' piei,
e disse: — Prosit vobis, patres mei —.


11


Turpin, ch'avea la memoria locale,
guardт poi Carlo e disse: — I' serbo in men‹t›e
e scriverт su la mia fй reale
de' paladin la vita da niente.
Ma ora и tempo a badare al boccale —.
Finito il pacchio e 'l ber, la lieta gente
sciolser la lingua e contar co le dita
tutti i pagani a chi tolser la vita.


12


Tutti eran morti quei pagan bravacci:
Gradasso, Rodomonte e Mandricardo.
I paladin, che non temon piъ impacci,
biasmando i morti ognun si fa gagliardo.
Marsiglio sol co le sue sferre e stracci
era rimaso. Or ecco il sir del pardo
(Astolfo dico) e vivi e ' morti affronta
co le parole, e cosн dice e conta:


13


— Potta del mondo, chi sarebbe mai
Grandonio se non certo grandonaccio
di pochi fatti e di parole assai?
Ferraъ fu piccino, ebbe un mostaccio
sн brutto che parea pieno di guai;
era a le donne un dispetto, un impaccio:
Angelica fuggн quel can rognoso,
non giа me che so' bello e valoroso.


14


Rodomonte, animal bizarro e duro,
Ruggier domollo e morto il cacciт sotto;
con Gradasso era un dar del capo al muro
e pure Orlando l'uccise di botto;
Mandricardo, Agrican due bestie furo:
padre e figliuol da noi fu ucciso e rotto;
Sacripante, una bestia da pastura,
d'Angelica bagascia ebbe sol cura —.


15


Or ecco Berlinghier che pel camino
d'Astolfo viene e disse: — Io vi prometto
che 'l guerrier de la stella Serpentino
и un serpe, una mosca, anzi un dispetto —.
Rinaldo disse: — Io uccisi Mambrino
con sei fratelli —. — Et io solo soletto,
chiusi gli orecchi, uccisi il re Braviero —
disse il Danese —, e d'ognun so' piъ fiero —.


16


Disse Dudon: — Trufaldino e Brunello
fur de' pagani la feccia e la schiuma:
fu di Margutte ognun piъ traforello —.
Disse Aquilante: — Or il cervel mi fuma.
Martano il sa s'io li ruppi il cervello
e me la gelosia rode e consumma —.
Disse Griffon: — Per Orrigille ho spenti
mille campioni e cavallier valenti —.


17


Son nati d'un Martan tanti Martani,
ch'assai ci fia da far s'ognun si noma;
son oggi in copia assai barri e ruffiani
ch'a nolo tengon le puttane in Roma;
hanno fra questi il vanto i siciliani:
vanno a cap'alto con scoperta chioma,
moglie, figlie e sorelle hanno al cantone;
Martano presso a questi era un campione.


18


Chi s'adopra in servigio di puttana
fa vita da ruffian, nimico a Dio.
— Io puto uccisi Almonte a la fontana
e liberai l'imperador mio zio —
diceva Orlando —; acquistai Durindana;
Feraъ, Agricane uccisi ho io;
m‹i›lle e mill'altri ch'io da banda lasso,
nimici a noi, ognun di vita ho casso —.


19


Salomone, Turpin, Namo et Ottone,
vechi impazzati ch'han beuto a iosa,
dissero al guercio figlio di Milone:
— Et anco noi sapiamo far qualcosa! —
— Trar corregge — rispose il re Carlone —,
in letto profumando l'amorosa —.
Terigi rise e Namo a dir li venne:
— Terigi ha come il cucco voce e penne —.


20


— Torniamo a' Saracin — dice Gualtiero —;
diciаn che Falserone и falsa rozza
e Bianciardin vende il bianco pel nero;
Marsiglio ‹pende› d'un laccio a la strozza;
Balugante un baion, bestia Isolero;
Zambugier, Mazzarigi il vento ingozza —.
— Voltianci in Barberia —, soggiunse Namo.
— Ag‹r›amante и pur morto afflitto e gramo.


21


D'Almonte Dardinel, giovane vano,
Cloridan montanar, Medor gentile,
ognun trovossi co le mosche in mano,
nati fra la rugiada e ' fior d'aprile —.
Replica Astolfo: — Non vi paia strano,
Turpin pulito e Namo signorile,
le donne ricordar di pagania —.
— Sн, sн — disse Turpin, e disse: — Via!


22


Entrando nel gran sesso femminino,
de la donna esce l'uom, chiaro e 'vidente,
com'esce del fossato un granchiolino,
poi ci rientra piъ grande e possente.
La donna и detta in vulgare, in latino,
il vaso, il seme in parte de la gente;
la donna e l'uom son due in carne una:
co la natura il natural s'adduna.


23


Con breve dir farт comparazione
da le gran donne antiche a le moderne.
Lasso in mal'or le sterili Amanzтne,
ch'olio non volser ne le lor lucerne;
lodiamo in eccellenza, in perfezzione
le paladine e le pagane esterne —.
Soggiunse Astolfo: — I nomi ‹i›o dir disio.
Turpin vecchietto, ascolta e dirт io.


24


L'Ancroia fu tanto gran carovana
che non l'avrien tirata cento buoi;
col suo brocchiero era spesso in quintana,
straccando cento giganti par suoi;
Chiariella vacca, Antea marcia puttana.
Dice Pasquin com'oggi son fra noi
sine fine dicentes puttaname;
de l'oro piъ che de l'onore han fame.


25


Fallerina legava altri all'incanti
e Doralice co le paroline;
Alcina in becchi mutava gli amanti;
Morgana fu foiosa senza fine;
sfamт Origille i guatt‹e›ri, i furfanti,
ponendo gli altri in miserie, in ruvine;
bella e ritrosa Angelica fu anco,
datasi in preda d'un vil moro bianco —.


26


Cosн dicev'a Carlo, al re Carlone,
col fianco alzato, or che non ha piъ fame;
il vin l‹i› bolle in capo e nel polmone
come bolle a Viterbo il bollicame,
e giura a Carlo d'ammazzar Macone
e tutti i suoi, questo campion[i] di dame,
et Ulivier il suo detto fa buono
per ch'in amor fratel giurati sono.


27


Or Malagigi, ch'и fra questa schiera
e vede caldi i paladin reali,
disse: — I' farт cangiarvi animo e cera.
Le vostre forze a me non son equali —.
E comparir fa in sala una chimera
con cento capi di cento animali,
cent'occhi e bocche e cento mani e piede,
e Turpino e Pasquin ne fanno fede.


28


Quivi и il leone, il liofante e 'l pardo,
il tigro, la pantera, il cervo e l'orso,
l'asino, il bu', il gaval presto e gagliardo,
il lupo, il cane, il lepre giunto in corso,
la scimmia, il volpe, il porcaccio i‹n›fingardo,
l'istrice, il tasso a la tana ricorso,
la testugin, la chioccia, il gallo, il gatto,
la talpa, il ghiro, il topo al buco piatto;


29


v'era una quercia carca de cicale,
un boschetto di panie e di civette,
conigli e grilli co' piedi e co l'ale,
mosche da ragni fra le tele strette,
il camello, il castor savio e leale,
l'armellin bianco. Or Malagigi mette
l'eletta a tutti a pigliar per cimiero
un animale a lor voglia e pensiero.


30


Scrivonsi i nomi e vengo‹n›si a cavare
del vaso; a chi piъ и la sorte amica,
chi vien fuor prima un cimier puт pigliare
a suo piacer, senz'indugio o fatica.
Di mano in man viensi[i] il vaso a votare:
a chi coglie, san Pier lo benedica.
Turpin li scrisse e Terigi li cava,
Turpin li lege e Terigi li dava.


31


Carlo fu 'l primo e il liofante prese;
Namo la chioccia et ogni suo pulcino,
perch'a quatro figliuoli fa le spese;
la pania e la civetta ebbe Turpino;
prese il veltro Ulivier senza contese,
Dudone l'orso e la gatta Angelino;
Gano, de ladri e traditori archнmia,
per cimier prese la volpe e la scimia.


32


Il sir d'Anglante prese il leon sciolto;
il sir di Montalban lo vuol sbarrato;
mastro Danese il porco grasso ha tolto;
il vecchio Amone al bue s'‹и› attaccato;
l'inglese Ottone al cervo s'и rivolto;
Salomon prese il cavallo infrenato,
Gherardo il lupo; Aldigieri il mascagno
per cimier prese co la mosca il ragno.


33


Prese il tasso Gualtier da Mulione
e lo spinoso il prese Ricciardetto;
Avolio, Berlinghieri, Avino, Ottone
preser quattro conigli a lor diletto
e la pantera Aquilante e Grifone;
Rugiero il tigro s'ha fra tutti eletto
e Baldovin la tartaruga ha tolta
e Sansonetto al gallo si rivolta.


34


Prese Vivian d'Agrismonte il camello;
prese Ansuigi il castor che co' denti
strappa i coglioni (e forse invita quello);
i Maganzesi, di Gano parenti,
la talpa, il lepre, il ghiro in un drapello
e 'l topolino a pigliar furo intenti;
Terigi, piъ a cia‹r›lar ch'a l'arme esperto,
prese il querciuol di cicale coperto.


35


L'asin restт, che nol prese nessuno,
e pur nessun deveva rifutarlo.
I paladin per passar tempo ognuno
di far giuochi fra lor chiedono a Carlo;
sol Gano non s'accorda con alcuno:
li rode il cuor come fa il legno il tarlo.
Ecco Astolfo ch'un giuoco fa ordinare
ch'a ognun tocchi un tratto il comendare.


36


A ser Danese, babbuasso egregio,
Gualtier comanda: — Che tu facci intendo,
come de' paladin vuole il collegio,
ch'in bocca cacci a Turpin reverendo
fra ' denti un stecco, non giа per dilegio,
ma per ischerzo, e che canti comendo
a occhi chiusi i salmi e 'l verbum caro —.
Questo partito a Turpin parve amaro.


37


Pur Turpino obedн, per quant'io trovo
scritto da lui, e di cantar s'affretta:
una gallina par, fatto ch'ha l'uovo,
e fra ' denti s'intriga la linguetta.
Ecco Ulivier ch'impone un giuoco nuovo
a Gano e vuol che giuochi a la civetta
fra 'l Danese e Dudon, cervel balzano,
e giuochi a schiaffi e sia presto di mano.


38


Gan, che si vide comandare un giuoco
ch'in odio l'ha come il diavol la croce,
rispose: — O Ulivier, nй assai nй poco
t'obedirт —. E fuggн via veloce.
La pena a chi falliva era in quel luoco
che sopra un asin vad' a viva voce
tre volte a la ritonda mensa in torno
e da ciufoli e gridi abbia gran scorno.


39


Gan per uscir di sala a l'uscio corre;
Rinaldo il chiude e tien Gano a la pancia;
l'asino и in punto e sъ lo vuol‹e› porre;
Ganellone, ch'ha giа smorta ogni guancia,
si volta a Carlo e dice: — Or mi soccorre,
cognato car! — Pur ogni priego и ciancia.
Se sн o no sull'asino andт Gano
ne l'altro canto udir non vi sia strano.


FINE DEL TERZO CANTO


PRESTO SARА FUORE IL RESTO




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