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Luigi tansillo IL canzoniere



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LUIGI TANSILLO


IL CANZONIERE


Edizione di riferimento:

L. Tansillo, Il Canzoniere, a cura di E. Pèrcopo-T.R. Toscano, Napoli, Liguori 1996.


I.

POESIE AMOROSE PER LAURA


SONETTO I


È felice d’amare una sì bella e nobile donna.


D’un sì bel foco e d’un sì nobil laccio

beltà m’incende ed onestà m’annoda,

ch’in fiamma e ’n servitù convien ch’i’ goda,

fugga la libertate e téma il ghiaccio.

L’incendio è tal, ch’io m’ardo e non mi sfaccio;

e ’l nodo è tal, ch’il mondo meco il loda:

né m’agghiaccia timor, né duol mi snoda,

ma tranquillo è l’ardor, dolce è l’impaccio.

Scorgo tant’alto il lume, che m’infiamma,

e ’l laccio ordito di sì ricco stame,

che, nascendo il pensier, more il disio.

Sia serva l’ombra ed arda il cener mio,

poi che splende al mio cor sì bella fiamma,

e mi stringe il voler sì bel legame.


^ SONETTO II


Aspirò ad un amore tant’alto, che, anche cadendo egli sarà lodato per la sua audacia.


Amor m’impenna l’ale, e tanto in alto

le spiega l’animoso mio pensiero,

che, ad ora ad ora sormontando, spero

a le porte del ciel far novo assalto.

Tem’io, qualor giù guardo, il vol tropp’alto,

ond’ei mi grida e mi promette altero,

ché, s’al superbo vol cadendo, io pero,

l’onor fia eterno, se mortal è il salto.

Ché s’altri, cui disio simil compunse,

dié nome eterno al mar col suo morire,

ove l’ardite penne il sol disgiunse,

ancor di me le genti potran dire:

— Quest’aspirò a le stelle, e s’ei non giunse,

la vita venne men, ma non l’ardire! —


^ SONETTO III


Se, nell’inseguire il suo superbo sogno, perirà, morrà contento.


Poi che spiegate ho l’ale al bel desio,

quanto per l’alte nubi altier lo scorgo,

più le superbe penne al vento porgo,

e, d’ardir colmo, verso il ciel l’invio.


Né del figliuol di Dedalo il fin rio

fa ch’io paventi, anzi via più risorgo:

ch’io cadrò morto a terra ben m’accorgo;

ma qual vita s’agguaglia al morir mio?

La voce del mio cor per l’aria sento:

— Ove mi porti, temerario? China,

ché raro è senza duol troppo ardimento! —

— Non temer (rispond’io) l’alta rovina,

poiché tant’alto sei, mori contento,

se ’l ciel sì illustre morte ne destina. —


^ SONETTO IV


Consacrando tutte le sue forze a cantar lei, la farà celebre per tutto il mondo.


Da che presi a cantar l’inclita istoria

vi consecrai de la mia cetra il suono;

da ora innanzi io vi consacro e dono

il voler, l’intelletto e la memoria.

Mentr’io canto d’Amor l’alta vittoria,

e qual di me vi fece eterno dono,

membrando di qual mano prigion sono,

avrò del vincitor via maggior gloria.

S’io vivo, il vostro raggio in me risplende,

e se potrà l’ingegno, quanto puote

l’alta cagion ch’a farvi onor m’incende,

mentr’il sol guiderà l’ardenti rote,

là onde toglie il dì fin là ove il rende,

seran le lode vostre sparse e note.


^ SONETTO V


Al suo cuore: che se ne stia sempre con la sua donna, dove trova la massima felicità.


Entrò per gli occhi vostri e più non riede

fora il mio cor. Ben forte è chi ’l ritiene!

Se tai son le finestre e sì serene,

onde vostra bell’alma splende e vede,

ella, che dentro signoreggia e siede,

or qual serà? Dunque s’ei più non viene,

meraviglia non è, ché maggior bene

dentro trovò di quel che fuor si crede.

Questo sol, questa luna e queste stelle,

che splendon fuor del ciel, non ne dan segno

che dentro ha cose via più chiare e belle?

Godi, dunque, cor mio, di sì bel regno,

mentr’Amore o Fortuna non ten svelle,

perché di tant’onor sei troppo indegno.


^ SONETTO VI


Vive felice, pensando sempre alla sua Laura.


Pianta gentil, mentre nel mondo regna

Amor, vivan tue chiome e verdi e folte,

poi che spargesti le ricchezze accolte,

che l’alto possessor mostrar non degna.

Tu spiegasti d’Amor l’altera insegna,

per te fur l’auree treccie al vento sciolte:

deh! che m’avessi allor le luci tolte

per non veder già mai cosa men degna!

D’allor, s’io dormo o veglio, o seggio o vado,

in quel caro gioir lieto soggiorno,

a tutti altri pensier troncando il guado.

Io viddi il sol, tinto d’invidia e scorno,

attuffarsi nell’onde, e, mal suo grado,

ov’ei lasciò la notte, apparve il giorno.


^ MADRIGALE I


Com’essa è la più bella delle donne, lui è il più infelice degli amanti.


Spesso un pensier mi chiede

qual sia, donna, maggior: vostra beltade

o ver la pena mia, ch’indi procede?

Io che ’ncomincio a noverar gli affanni,

lasso!, di cotant’anni,

e le sventure mie nel mondo rade,

dice: — Il mio duol eccede

quanto per meraviglia oggi si vede. —

Poi, quando a voi son col pensier rivolto,

e l’aria scorgo e la beltà del volto,

senza l’altro mirar, grido: — Che male

si può soffrir a tal bellezza uguale? —

Al fin dubbioso lascio il mio pensiero,

né so qual sia maggior. Quest’è ben vero:

fra gli altri ambodue noi portiamo il vanto,

voi di bellezza, ed io di doglia e pianto.


^ CANZONE I


Canta i divini occhi splendenti e la bella bocca armoniosa della sua donna.


S’egli è pur ver, che piaga antiveduta

assai men doglia, e chi s’avvezza al male,

senta di tempo in tempo men cordoglio;

pria che Giove mi avventi il fiero strale

(se ’l suo corso crudel pietà non muta),

dolermi innanzi ’l colpo e pianger voglio;

acciò che, s’or mi doglio,

col duol presente scemi il duol futuro;

o ver quel cor sì duro,

cui non cale del mio né del suo danno,

se tanta forza avranno

l’onde de gli occhi miei, farò pietoso,

cangiando ’l fier voler, che dir non oso.

Dal dì, che ’n forza altrui mi spins’Amore,

de le ricchezze, ond’il bel viso è adorno,

mai nulla, oltre a la vista, io desiai:

ché, come il sole basta a darne il giorno,

così degli occhi suoi l’alto splendore

bastava a consolar tutti i miei guai.

Lasso!, e che fate omai?,

s’a chi più perde, più doler conviensi,

via più che gli altri sensi

cominciate a mostrarvi, occhi, dolenti:

mentre al sol sète intenti,

de le future tenebre presàghi,

altro, che lacrimar, nulla v’appaghi.

Oimè, che dico? e perché vo turbando

col mal, che nascer deve, il ben ch’è nato?

Or non è meglio, ch’io mi viva in gioia

quanto viver mi lice in questo stato,

che struggermi anzi il tempo, lacrimando?

Fuggan dal petto mio cordoglio e noia,

e la temenza moia:

quando avverrà, ch’in tenebre io rimanga,

allor vo’ che si pianga:

allor del pianger mio si faccia un fiume:

ma, mentre il mio bel lume

avvien ch’agli occhi miei chiaro risplenda,

né lagrima, né duol vo’ che m’offenda.

Ma voglia, o no, convien ch’io viva lieto;

perché, sì come innanzi a’ fieri venti

fugge la folta nebbia e si dilegua,

così l’armato stuol de’ miei tormenti

fugge da la mia donna, ond’io m’acqueto;

e, mentre veggio lei, col duol ho triegua.

Ma quel, ch’al ciel adegua

l’inferno mio, voi séte, occhi, voi séte,

stelle lucenti e liete,

stelle alla vista altrui, soli a la mia;

e voi, che l’armonia

del ciel portate, gemme, ond’esce e viene

quel suon, che mi distrugge e mi mantiene.

Fra cotante bellezze al mondo sole,

non è senza cagion, — chi ’l ver misura, —

che la bocca e le luci abbian la palma,

perché non potea dar l’alma natura

men dolce varco a sì dolci parole,

né men belle finestre a sì bell’alma.

O avventurosa salma,

che d’anima sì bella sei portata!

O anima beata,

che porti sì leggiadro e ricco pondo!

Ahi duol, troppo profondo,

ove mi tiri? Ecco interrotto il canto,

e ’n mezzo del gioir m’assale il pianto!

E ’n mezzo del gioir convien ch’io torni

a le lasciate lacrime, ai martìri.

— Che farai, lasso? — non so chi mi dice, —

quando privo serai del ben ch’or miri,

né più vedranno sol, tuoi neri giorni?

O disavventuroso ed infelice,

che più sperar ti lice,

se, quando il sol sereno e caldo poggia,

tu temi neve e pioggia?

Ahi sventura crudel, più non udita!,

ahi, disperata vita!,

ché del ben non mi giova la presenza;

tant’è del mal futuro la temenza!

Se pur convien ch’a pianger mi condanni,

ancor che cieco io mi rimanga e solo;

non lascierò l’incominciata istoria.

Ma s’esser può ch’io viva in tanto duolo,

i punti, l’ore, i giorni, i mesi e gli anni,

il voler, l’intelletto e la memoria

io consacro in sua gloria;

benché in più lieto stil cantar sperava,

se ’l ciel non si turbava.

O furor de le stelle, o duol eterno,

venir l’orribil verno,

quand’io attendea la vaga primavera;

e al cominciar del dì giunger la sera!

Canzon, poiché madonna

a tanto duol riserba gli anni miei,

sì rozza, come sei,

gìttati ai piedi suoi, lagrima e grida.

Pregala che m’uccida,

pria che la luce mia ne porti seco:

ché men danno è il morir, che viver cieco.


^ MADRIGALE II


Progredendo di pari passo la bellezza di lei e il dolore di lui, egli morrà quando quella avrà raggiunto il massimo grado.


Se mille volte il giorno

miro in voi, donna, mille volte io giuro

ch’esser non può maggiore

né la vostra beltà, né il mio dolore.

Poi veggio, lasso!, ogn’ora, ogni momento,

in voi crescer beltate e a me tormento.

Del mio martìr, benché sia troppo duro,

poco mi duol, per rimirarvi tale:

pur ch’in voi doppi il bel, doppi in me il male.

Duolmi che se ’l dolor, che per voi sento,

a par de la beltà sen vorrà gire,

mi converrà morire;

e, perché morte maggior ben mi viete,

morrò quanto più bella voi sarete.


^ SONETTO VII


Contro la gelosia, che lo tormenta.


O d’Invidia e d’Amor figlia sì ria,

che le gioie del padre volgi in pene,

cauto Argo al male, e cieca talpa al bene,

ministra di tormento, Gelosia;

Tisifone infernal, fetida Arpia,

che l’altrui dolce ammorbe ed avvelene;

Austro crudel, per cui languir convene

il più bel fior de la speranza mia;

fiera, da te medesma disamata;

di duol, non d’altro mai, presàgo augello;

téma, ch’entri in un cor per mille porte;

se si potesse a te chiuder l’entrata,

tanto il regno d’Amor serìa più bello,

quanto il mondo senz’odio e senza morte.


^ SONETTO VIII


Poiché la sua donna vuole ch’egli “celi l’alta cagione” del suo dolore, piangerà in silenzio.


Cantai, or piango; e se nel duro petto

de la nemica mia destasse il pianto

tanta pietà, quanta n’è gioia il canto,

vivrei nel duol, qual vissi nel diletto.

Ma chi mi fa cangiar voce e soggetto

l’umor de gli occhi miei non degna tanto:

così, mercé di lei, convien che quanto

cantai di speme, or pianga di sospetto.

E perché il pianger mio via più mi spiaccia

(ché ’l gradirei, se ciò non fosse, molto),

quel che più dir vorrei, forz’è ch’io taccia.

Or, poi ch’io piango, ed altri vuol ch’io celi

l’alta cagion ch’a pianger m’ha rivolto,

piovan quest’occhi, e questa lingua geli.


^ MADRIGALE III


Per maggior suo dolore ella gli proibisce di lamentarsi.


Sol nacqui a tormentarmi

in questa valle d’ogni pena e doglia!

Ma chi di vita e libertà mi spoglia,

non vol, ch’io mi lamenti.

Fàllo sol, perché il duolo sia maggiore,

non sfogando l’ardore.

O vita piena di martìri e guai!

Io non cesserò mai

di dir: ch’è lieto sol chi more in fasce,

ovver chi mai non nasce!


^ SONETTO IX


Nella sua donna era solo l’apparenza d’amore!


Qual torbida procella sì repente

volse il buon tempo lieto in tristo e rio?

U’ son le fiamme, donna, che vidd’io

splender nel vostro cor sì dolcemente?

Se nell’onde di Lete fosser spente,

dovea poter sì forte, oimè!, l’oblio,

crudel, ch’un tanto amor, quant’era il mio,

vi fusse, in un dì sol, tolto di mente?

Se ben degna cagion da me vi smosse,

lasso!, com’esser può ch’in sì poch’ore

fiamma d’amor sì viva spenta fosse?

Ombra d’amor fu il vostro, e non amore:

voi mi mostraste il lume, acciò che fosse

la noia de le tenebre maggiore.


^ SONETTO X


Pur non amandolo, ella non potrà mai strappargli dal petto l’amor suo costante e l’immagine di lei.


Se ’l ben, donna crudel m’avete tolto,

che mi fea dolce e caro ogni dolore,

toglier non mi potrete mai dal core

né il mio fermo voler né il vostro volto.

Se l’onesto gradirmi in ira è volto,

farò qual fido cane al suo signore,

che, benché sia da’ suoi legami fuore,

pur siegue l’orme sue, vago e disciolto.

Pioggia di sdegno e neve d’alto oblio,

che le fiamme d’amor smorzan sì spesso,

non scemeran mai quelle del cor mio.

E, s’al seggio primier non son rimesso,

perché ciò ch’a voi spiace, odiar debb’io,

per forza converrà ch’odii me stesso.


^ CANZONE II


Piange per una colpa, che ignorerà sempre, se la sua donna non gliela rivela.


Nessun di libertà visse mai lieto,

quant’io di servitù, donna, vivea,

mentre solo sostenni il caro giogo;

ma poi ch’il peso, che scemar dovea

per l’altrui collo, crebbe, il mio inquieto

e faticoso ardor, piangendo, sfogo;

né già mai tempo o luogo

a le lagrime mie porgerà fine

(se pur queste meschine

fonti potran dar acque a tanta sete),

fin che voi mi direte

qual’è la colpa, ond’io tal pena porto,

acciò ch’io sappia, se mi doglio a torto.

Dal crudo giorno, ch’a lasciar me stesso

ed a seguir voi, donna, incominciai,

in sì lungo camin, tutto ’l passato

cercando d’ora in ora, altro error mai

non mi si potria dir ch’abbia commesso,

se non d’aver, più che si deve, amato;

se pur questo peccato,

dove vostra beltà mi sforza e mena,

merita qualche pena,

ogn’altra, fuor che voi, dar la dovria;

ché ben cruda serìa

questa legge e rubella di ragione,

se punisse il peccar chi n’è cagione.

Ma se di troppo amar pena si attende,

assai contento all’altra riva io passo,

pur che di là sì chiaro titol porte.

Ma voi, lumi del cielo, a cui io, lasso!,

com’uom ch’all’altrui fé vinto si rende,

apersi del mio cor le chiuse porte,

assai più lieta sorte,

in su ’l primiero entrar, mi prometteste.

Almen, poi che vinceste,

allentar si dovean le corde a gli archi,

tante fiate scarchi:

oh quanto al vincitor scema di gloria

l’offesa del prigion, poi la vittoria!

Occhi, del mio morir troppo bramosi,

non basta il primo error, la prima fede,

pur cercate ingannar l’incauta mente?

Se l’alma, che vi regge e per voi vede,

m’è sempre fiera, perché voi pietosi

del mio mal vi mostrate, e sì sovente?

Quella pietà sì ardente,

che da voi par ch’ad ora ad ora emerga,

onde vien? dove alberga?

Forse è, donna crudel, quella pietate

che voi dal cor cacciate,

temendo, che per me no’ ’l punga o tocchi,

e, cacciata dal cor, fugge per gli occhi?

Ingiusto Amor, ben posso io giustamente

di te dolermi, e dolerommi ogn’ora:

se, come festi a lei nel mio cor seggio,

a me nel suo facevi, a tal non fora;

perché, mirandol dentro, immantinente

avrei veduto quel che tardi veggio;

onde, temendo il peggio,

sarei lunge dal male, ov’oggi sono.

Ma ti scuso e perdono,

s’a tanto onor non hai l’alma degnata,

perché, avendo locata

ivi la sede tua, non er’io degno

di viver teco a parte in sì bel regno.

Sdegno ed Amor guerreggian nel pensiero:

quest’accende la fiamma in parte spenta,

quel di gelata neve cuopre il core;

questi m’annoda più, quel mi rallenta:

e l’uno e l’altro è sì superbo e fiero,

che presagir non posso il vincitore.

Ma ben ti dico, Amore,

poiché d’ogni mio ben giunsi all’estremo,

né spero più, né temo,

se ben ne le tue man vinto ritorno,

non passerà mai giorno,

ch’io di te non mi lagni e non mi doglia:

a forza sarò tuo, ma non a voglia.

Già s’incomincia a dileguar la neve,

ed a spander la fiamma al cor accesa;

già stringer sento i rallentati nodi.

Amor, io so che, de la vinta impresa

altiero, m’imporrai peso più greve,

non già per téma che mai più mi snodi,

ma per l’ingiuria ch’odi

del gran disio, che di fuggir mi venne.

Ma se le chiavi tenne

quella, che piacque a te, del carcer mio,

signor, che merit’io?

E chi fallo maggior ti par che faccia,

io che men fuggo, od ella che men caccia?

Lacci, ceppi, catene,

giogo, prigion, saetta, fiamma e gelo,

mentre mi cuopre il cielo,

non mi lasciate un giorno senza voi.

Amor, fa quanto puoi,

che, benché molto io pata, poco il sento:

sì dolce è la cagion del mio tormento!


^ SONETTO XI


erra, piangendo, fra le rovine de’ Campi Flegrei, presso il lago d’Averno, chiedendo pietà per le sue pene.


Valli nemiche al sol, superbe rupi

che minacciate il ciel; profonde grotte,

onde non parton mai silenzio e notte:

sepolcri aperti, pozzi orrendi e cupi;

precipitati sassi, alti dirupi,

ossa insepolte, erbose mura e rotte,

d’uomini albergo, ed ora a tal condotte,

che temen d’ir fra voi serpenti e lupi;

erme campagne, abbandonati lidi,

ove mai voce d’uom l’aria non fiede:

ombra son io dannata a pianto eterno,

ch’a pianger vengo la mia morta fede;

e spero, al suon de’ disperati stridi,

se non si piega il ciel, mover l’inferno!


^ SONETTO XII


Sullo stesso argomento.


Strane rupi, aspri monti, alte tremanti

ruine, e sassi al ciel nudi e scoperti,

ove a gran pena pon salir tant’erti

nuvoli, in questo fosco aer fumanti;

superbo orror, tacite selve, e tanti

negri antri erbosi, in rotte pietre aperti;

abbandonati, sterili deserti,

ov’han paura andar le belve erranti;

a guisa d’uom, che per soverchia pena

il cor triste ange, fuor di senno uscito,

sen va piangendo, ove il furor lo mena,

vo piangendo io tra voi; e, se partito

non cangia il ciel, con voce assai più piena

sarò di là tra le meste ombre udito.

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